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In Puglia e Basilicata

Punti di vista

Aspettando Sant’Oronzo e pensando a Sant’Irene

Lecce, via alla festa di Sant'Oronzo: il programma, i bus e i parcheggi

Cuore femminile e questione meridionale

21 Agosto 2022

Redazione Salento

Attraversare Lecce all’alba, in bicicletta, dopo la settimana di ferragosto, ti restituisce un silenzio necessario e una quiete che delinea i contorni delle cose, dei palazzi, delle basiliche, immergendo tutto in un momento dorato. Se passi da Piazza Sant’Oronzo quando solo i bar hanno appena aperto e tutta la città dorme, ti accorgi che le luminarie stanno per tornare a fiorire sulle impalcature che hanno già fatto la loro apparizione. È una festa che indica un confine della stagione in corso, segna per i leccesi l’epilogo dell’estate e li richiama a tornare dalle marine, dalle vacanze, a cercare i volti del secolo scorso dietro quelli dei saltimbanchi, dei venditori ambulanti di passatempi, dei giocattolai di strada e di quelli che ancora grattano il ghiaccio per la granita o chiedono a un passerotto di farsi oracolo per i passanti che comprano un biglietto della fortuna.

Io tra tutti quei volti, come nei lineamenti segnati coi gessetti dai madonnari, ho sempre cercato le tracce dell’editing del tempo, i refusi. E soprattutto quelli che nei restauri delle opere d’arte vengono chiamati “ripensamenti”, ovvero quelle tele che a un più attento esame rivelano che dietro un paesaggio l’artista aveva in precedenza delineato un ritratto oppure che dietro una natura morta si nasconde una scena sacra. Questi ripensamenti mi appassionano, sono la cifra della volubilità e dei sinonimi e contrari nell’immaginario desiderante quanto nelle invocazioni sacre. Perciò, ogni volta che si approssimano i preparativi per festeggiare Sant’Oronzo, penso sempre a Sant’Irene di Tessalonica e guardo la città nella prima luce che sorge proprio davanti alla chiesa costruita dal 1591 al 1639 e dedicata dall’Ordine dei Teatini alla santa che un tempo era la nostra patrona.

Lo è stata sino al 1656, com’è noto, quando fu spodestata da Papa Alessandro VII che proclamò patrono il santo al quale si attribuì la guarigione dei salentini dalla peste. In passato, la campana maggiore della Chiesa di Sant’Irene suonava il mattutino alle cinque del mattino e attorno alle mura si svolgeva la “Fera de Santa Rini“, ricca di cretaglie pignatte e campanelle. E, anche se a lei fu poi dedicato il terzo piano del campanile del Duomo, certe volte mi sembra, anzi ne sono certa, che la sua statua lapidea (firmata da Mauro Manieri nel 1717) sia in assoluto, ancora, la prima, fra tutte quelle che vegliano sulle nostre vite di comparse mentre trascorrono i secoli, a dare il buongiorno alla città dal prospetto principale della chiesa che porta in alto il cuore femminile della questione meridionale nel suo nome.

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