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Il viaggio di ritorno dei cervelli in fuga

Il viaggio di ritorno dei cervelli in fuga

«Ho cominciato sin da subito a supportare progetti innovativi che sentivo carichi di potenzialità, progetti cui potevo fornire un contributo»

12 Giugno 2022

Omar Di Monopoli

Ha le caratteristiche di un vero e proprio «nostos» quello che da qualche anno, a tappe progressive, sta compiendo l’artista digitale Mattia Di Staso, milanese dal DNA pugliesissimo - entrambi i genitori erano originari del tacco d’Italia - che a Taranto ha (ri)trovato praticamente tutto ciò che serve ad alimentare la fucina di un creativo: un’inaspettata voglia di fare in primis, ma anche un carico incontenibile di energia, la rabbia del riscatto, un terreno florido da seminare e, non ultimo, l’amore.

Trentenne provvisto nel capoluogo lombardo di un carnet di specializzazioni invidiabili (è, tra le molte cose, insegnante di illustrazione digitale allo IED nonché grafico per il prestigioso quotidiano «La Stampa»), Mattia a cominciato a ricalare con costanza crescente nella regione di provenienza per interessi dapprima privati, salvo poi accorgersi presto che quaggiù decenni di fughe di cervelli e di depressione più o meno velata avevano compresso a tal punto le nuove generazioni che improvvisamente, al Sud ma a Taranto in particolare, i ragazzi avevano deciso che “anche basta!”.

«Ho cominciato sin da subito a supportare progetti innovativi che sentivo carichi di potenzialità, progetti cui potevo fornire un contributo», ci rivela entusiasta al telefono. «Come il Taranto Jazz Festival, per il quale ho disegnato una serie di loghi vettoriali cercando di incentivare spunti innovativi nella comunicazione, o lo stupendo programma per la rigenerazione urbana TRUST, di Mario Pagnottella, nel quartiere Paolo VI, che mi vede appassionato sostenitore. Ma sono attivo anche nello spazio eventi del Mercato Nuovo, in zona Porta Napoli, per conto di Cosimo Nesca. Sono tutte esperienze stimolanti, soprattutto per me che vivo in una realtà forse troppo stressata per continuare a stupirsi. Da voi ho trovato giovani imprenditori che hanno voglia di lasciarsi contaminare dalla marea di input della contemporaneità, senza tradire la propria naturale vocazione tradizionale, come la serigrafia delle sorelle Candida e Maria Ammostro, che lavorano con pigmenti naturali estratti dalle piante della macchia mediterranea. E poi ancora il progetto TarGet, che sta cercando di riqualificare il quartiere Tamburi coinvolgendo la comunità. Sono tanti, insomma, i laboratori in cui mi piace esserci, offrire - se possibile - la mia professionalità e a volte, più semplicemente, il mio appoggio. Anche solo morale. Perché sono prove lampanti di quanta energia vi sia in circolo in questo momento nella Città dei due Mari, una città che, a dispetto del perenne fardello del polo siderurgico e della sua ricaduta sulla salute collettiva, ha ricominciato a riconoscersi, decidendo di aiutarsi da sé». C’è luce, in fondo al tunnel.

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