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Il teatro, Foggia e la partecipazione

Il teatro, Foggia e la partecipazione

27 Marzo 2022

Rossella Palmieri

“Il mio paese teatrale, mio e dei miei attori, è intessuto di momenti in cui mettiamo da parte le maschere, la retorica e la paura di essere ciò che siamo e uniamo le nostre mani nel buio”. Queste parole, pronunciate nel 2019 dal regista teatrale Carlos Celdran, rendono l’idea dello smerigliato e insostituibile valore del teatro nella cultura mondiale. E del resto la necessità di celebrarlo come luogo fisico e mentale, spazio dove tutti i fantasmi della mente prendono corpo, è documentato dall’atto stesso di nascita della giornata mondiale del teatro che, istituita a Vienna nel 1961, si celebra da allora il 27 marzo. Se la tragedia antica evidenziava della messa in scena la purificazione sottesa alle sofferenze, specie quelle imprevedibili – “la fortuna si comporta come un uomo impazzito; salta di qua e di là; nessuno è felice, mai!; si legge nelle Troiane di Euripide – quella moderna non ha bisogno di grandi miti ed eroi. O meglio gli eroi sono quelli di tutti i giorni, coloro che combattono su tutti i fronti. E in tal senso il cosiddetto teatro sociale, specie a Foggia, è una realtà consolidata nel suo indagare il disagio psichico; per non parlare delle esperienze di teatro e carcere, di teatro di comunità, di donne vittime di violenze le cui storie, spesso, sono state affidate a brevi e toccanti performances. Un pensiero particolare, pertanto, lo riserviamo a tutte quelle compagnie, e ce ne sono tante in città, che hanno riempito spazi altrimenti vuoti proponendo nei loro spettacoli temi che da sempre la nostra comunità sente come pregnanti, l’antimafia sociale in testa. Teatri che anche dal punto di vista spaziale si configurano come veri e propri gioiellini nelle vie dei quartieri settecenteschi e laboratori dislocati qua e là – anche quelli a trazione pedagogica dei centri di aggregazione, di volontariato e delle parrocchie – testimoniano quella magia del palcoscenico che ha a che fare sì con sperimentazione, nuovi linguaggi e impegno civico, ma anche con la parte più profonda di noi stessi. Il messaggio del 27 marzo di quest’anno è affidato al regista statunitense Peter Sellars che ha evidenziato l’esigenza di nuovi rituali. ”Non abbiamo bisogno di essere intrattenuti. Abbiamo bisogno di condividere lo spazio. Abbiamo bisogno di spazi protetti di ascolto profondo”. E per riuscirci ci piace pensare come Pirandello al conferimento del Nobel: c’è in fondo in tutti noi “il bisogno di credere alla vita senza alcuna riserva malgrado le delusioni amare, le esperienze dolorose e le ferite terribili”. Quando si dice la condivisione.

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