Lunedì 23 Marzo 2026 | 12:00

Quell'accordo tra Tatarella e Bossi che sdoganò l'alleanza tra Lega Nord e Msi

Quell'accordo tra Tatarella e Bossi che sdoganò l'alleanza tra Lega Nord e Msi

Quell'accordo tra Tatarella e Bossi che sdoganò l'alleanza tra Lega Nord e Msi

 
michele de feudis

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michele de feudis

Quell'accordo tra Tatarella e Bossi che sdoganò l'alleanza tra Lega Nord e Msi

La costruzione del primo governo conservatore, però, fu figlia dell’intuizione di Pinuccio Tatarella, che convinse Umberto Bossi che solo il Nord non bastava per formare un esecutivo del buon governo

Lunedì 23 Marzo 2026, 09:41

Il centrodestra nasce da una triangolazione: Silvio Berlusconi, fondando Forza Italia e lanciando Gianfranco Fini nel ballottaggio delle comunali di Roma del ‘93, immaginò un’alleanza con Msi e Lega, partiti che erano tradizionalmente ostili, nonché concorrenti nel presidiare l’area anti-sistema al tempo di Tangentopoli. La costruzione del primo governo conservatore, però, fu figlia dell’intuizione di Pinuccio Tatarella, che - con pazienza tutta levantina - convinse Umberto Bossi che solo il Nord non bastava per formare un esecutivo del buon governo. «Era necessaria l’alleanza con il Msi», ha raccontato Ignazio La Russa.

«Tatarella e Bossi avevano in comune il lessico politico di chi crede nei partiti territoriali», ha aggiunto alla «Gazzetta» Maurizio Gasparri, attuale capogruppo di Fi, ma nel 1994 tra i più stretti collaboratori del viceré delle Puglie. Non era solo una questione politologica, ma anche di prassi. Tatarella comprese subito che bisognava trovare una sponda nel Carroccio: «La individuò in Roberto Maroni, che fu un interlocutore privilegiato della destra al tempo dell’“alleanza differenziata”. Ma non era solo: in quel periodo furono coinvolti nella stesura del programma di governo anche intellettuali come Gianfranco Miglio e Domenico Fisichella», ha puntualizzato ancora Gasparri. Maroni fu invitato anche da Tatarella a Bari, dopo il «freddo» della caduta del primo governo Berlusconi e l’avvio della (interminabile) stagione dei tecnici con Lamberto Dini a Palazzo Chigi.

Gianfranco Fini ha ricostruito anche gli attacchi subiti da Bossi («mai con i fascisti»), ma le intemperanze verbali erano solo una parte dell’affresco: nella Liga veneta, molti quadri, a partire dal segretario federale Fabrizio Comencini, ex consigliere regionale del Msi, della corrente rautiana, da sempre attenta alle ragioni dell’autodeterminazione e del federalismo. Ex missini erano anche nel network de la Padania. La sintonia tra destra e Lega, infine, si sublimò nella legge contro l’immigrazione selvaggia, la Bossi-Fini, che codificò la necessità di collegare gli ingressi ad un contratto di lavoro, una formula che teneva insieme le ragioni della civiltà (lavoro significa reddito e possibilità di vivere dignitosamente) con quella della sicurezza delle comunità (messa a rischio dalla bomba sociale legata agli ingressi scriteriati).

Bossi tra il 1993 e il 1997 fu anche trasformato in una icona da fumetto (su Dylan Dog e Linus, come ha raccontato Giuseppe Pollicelli su La Verità), ma rimarrà nella storia politica come un pioniere delle ragioni dei territori contro ogni oppressione centralista, rivendicazione che dall’Italia è diventata uno dei capisaldi delle piattaforme identitarie e antiglobaliste.

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