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tra deportati e supplenti

Il flop della «buona scuola» scatena le liti tra docenti

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ANGELA BOVINO

La politica scolastica del Governo ha un'evoluzione kafkiana: «la buona scuola» è la Legge 107/2015 voluta dal Governo Renzi che avrebbe dovuto assorbire il bacino di insegnanti precari e che, invece è riuscita a scontentarli quasi tutti. Anche quelli assunti. Sono 150mila circa i docenti che hanno aderito alla «chiamata» di Renzi e che sono ora di ruolo. Quelli che non lo hanno fatto, circa 80.000 sono rimasti precari nelle Gae le graduatorie provinciali ad esaurimento, che stanno sì scorrendo, ma a rilento per il pasticcio fatto dalla legge e per un modus operandi di questo settore che dire confuso è un eufemismo. Nella confusione arriva anche lo scontro tra colleghi.

Da una parte ci sono quelli che sono ormai di ruolo ma si definiscono «deportati» per aver aderito alla legge di Renzi che indicava i posti vacanti quasi tutti al nord e invitava gli insegnanti che lo volessero a fare domanda per ricoprirli, e dall'altra gli insegnanti che hanno scelto di non aderire a questo piano straordinario di assunzioni rimanendo in queste graduatorie di eterni supplenti in attesa che si liberi il posto più confacente. Anche in Basilicata il Comitato nazionale docenti in Gae non ci sta a vedersi togliere i posti (da supplente) che ricoprirebbero – denunciano – se non ci fossero i ritorni degli insegnanti che hanno aderito alla «chiamata» della «buona scuola» che aveva le sue regole (vedi pezzo accanto) che gli insegnanti conoscevano e seppur malvolentieri accettato. Invece – spiegano i rappresentanti di questo comitato spontaneo alla Gazzetta - non appena sono stati immessi in ruolo hanno usato tutti i mezzi legali e di pressione sindacale ed elettorale (sono pur sempre numeri cospicui di elettori) per sottrarsi al lavoro al nord. Dimentichiamo, infatti, la romantica maestrina dalla penna rossa di De Amicis, con la missione nel cuore e sia dove sia.

Gli insegnanti del 2015 che hanno aderito alla chiamata renziana avevano numerosi anni di precariato alle spalle e pur ritenendo, come è noto, fin da subito iniqua e fatta male la legge hanno preferito, anziché non aderire in massa tentare la fortuna e regolarsi in quel modo di fare tutto italiano nella pubblica amministrazione: appena avuta la cattedra si sono messi in aspettativa o in malattia e hanno immediatamente fatto ricorso per non essere «deportati» al nord. Ricorsi che hanno iniziato a vincere già a partire dal 2016 con sentenze dei giudici del lavoro che riassegnano gli insegnanti nei posti più vicini ai luoghi di residenza, come si legge anche nei decreti dirigenziali dell'Ufficio Scolastico Regionale per la Basilicata che da esecuzione alle sentenze ma usa anche il suo potere discrezionale.

Emblematico il caso di una docente di Salerno, che la «buona scuola» rendeva titolare di cattedra in Toscana ed inviava a Prato, il giudice di Prato assegna definitivamente a Potenza e l'ufficio scolastico della Basilicata lascia in assegnazione provvisoria fino al 31 agosto 2018 a Salerno! Dove evidentemente aveva sempre insegnato. Per i precari del Comitato nazionale docenti in Gae - Basilicata questo significa che gli insegnanti di ritorno, pur con le loro ragioni, vanno ad occupare di fatto i posti dei precari: le quote lasciate libere per lo scorrimento delle graduatorie e per la percentuale di mobilità (un 30%). E la copertura dei posti vacanti e delle materie insufficientemente ricoperte come matematica e materie scientifiche? I posti al nord continuano ad essere vacanti e finirà – ne sono certi i precari – che saranno loro a dover andare a fare ancora i supplenti al nord. Un po’ ingenui questi prof precari, sembra quasi di vederla quella penna rossa sui loro cappelli.

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