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EMILIO SALIERNO

Oltre quella porta di ferro verde c’è l’Hospice oncologico. Di ciò che resta dell’ospedale di Stigliano è sicuramente lo spazio dove meglio puoi renderti conto di che cosa sia una vita che sfuma sotto i colpi di una patologia tumorale. Restano solo le cure palliative e la terapia del dolore, l’affetto di chi ti è vicino e poco altro.

Una signora della provincia materana è qui da sei mesi, giorno e notte, per non allontanarsi dal marito ricoverato.
«A casa non può stare e qui è l’unico posto dove può essere assistito e che mi consente di poter stare insieme a lui. Diversamente non saprei come fare».

L’Hospice è attrezzato per accogliere i familiari. C’è una cucina, la tv, il frigo, un salotto e uno spazio per dormire. Gli ammalati oncologici terminali hanno bisogno non solo delle cure “normali”, ma anche di sentire la vicinanza dei loro cari. È un reparto essenziale, sempre che si voglia attribuire il giusto e il dovuto delle attenzioni anche a chi ha poche speranze di vita. Eppure c’è un solo medico, che è anche il primario, e gli infermieri sono appena sei per coprire tutti i turni. Nel giorno della nostra visita, il medico era assente per malattia. Anche lui ha il diritto di ammalarsi o di andare in ferie, ci mancherebbe, ma il problema è che è da solo. E così non si possono accettare altri pazienti e alcune delle stanze restano vuote, nonostante siano tante le richieste di ricovero. Alla rassegnazione dei parenti dei ricoverati che vivono in prima persona il dramma dei congiunti, sembra aggiungersi quella dei cittadini stiglianesi che assistono impotenti all’agonia dell’ospedale. Uno scoramento che è anche dei volontari dell’Anspi, associazione cattolica. Un bel gruppo in questo reparto, ma una volta.
La riflessione dell’unica volontaria rimasta è amara, ma non polemica: «Forse è proprio questo senso di abbandono che subiamo a Stigliano, per l’ospedale e in genere per altri settori come la viabilità, che ci porta a demotivarci. Ma non dobbiamo farlo perché se ci arrendiamo noi è finita».

Sarà per questo che resta solo la bacheca a testimoniare la bella opera dei volontari, quando l’aria qui era meno triste di quanto dovrebbe.

Questo è l’ospedale che 50 anni fa volle lo stiglianese Salvatore Peragine, presidente della Provincia e poi del Consiglio regionale. Una volta il nosocomio aveva tanti reparti e tanto personale e non era grigio come appare guardandolo dall’alto. Il declino arriva con il Piano nazionale di riorganizzazione sanitaria. Puntare sulle specializzazioni sembrava la soluzione, ma a distanza di anni non si può certo dire che sia stato garantito il dovuto, in investimenti e forza lavoro. La lungodegenza deve arrangiarsi; il Pronto soccorso attivo ha un solo medico di turno (in totale sono cinque che si alternano) e nemmeno un infermiere; il laboratorio di analisi effettua solo i prelievi.

Nello spazio esterno dell’ospedale si avvicina una signora che «piange» il suo ospedale, ricordando i bei tempi: «C’erano pure i giardinieri e questo spazio era verde e pieno di fiori. Le frane si portano via tutto, le strade, le case e la volontà di assicurare ciò che merita la gente che qui vuole restare e vivere dignitosamente».

E l’isolamento si porta via anche medici e infermieri. A confermarlo è il direttore generale dell’Asm, Piero Quinto: «Non trovo medici da mandare a Stigliano. Scarseggiano gli specialisti, sono pochi rispetto al fabbisogno. C’è una evidente difficoltà a reclutarli già nei centri più grandi come Matera, come è noto, immaginate nelle realtà periferiche. E ci sono richieste di trasferimento da Stigliano su cui io, non a caso, fornisco parere negativo. Comunque abbiamo già assegnato a Stigliano due operatori socio sanitari, che pare abbiano accettato la destinazione, e ho un impegno con il sindaco di Stigliano per garantire all’ospedale un tecnico di radiologia e un altro di laboratorio, appena chiuso il concorso relativo a queste figure. Non di rado - aggiunge Quinto - anche gli infermieri chiamati a sostituire i colleghi dicono di no quando sanno che devono andare a Stigliano, tanto che siamo costretti a obbligarli dicendo che se rinunciano decadono sino al punto da “bruciare” le graduatorie stesse».

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