Martedì 19 Marzo 2019 | 00:40

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La decisione
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inchiesta sul calcio

La Cassazione sul Potenza
«La mafia non c'entra»

Annullate con rinvio a Salerno le condanne dell'appello. L'accusa mafiosa era già scomparsa in primo grado, poi il ribaltamento

corte cassazione

POTENZA - Un groviglio di procedimenti, processi che vanno avanti e poi tornano indietro per riformulare le accuse sulla sussistenza di una associazione a delinquere di stampo mafioso sul Potenza calcio, ma ieri la Cassazione ha detto che non c’è: se quella gestione «nera» della società rossoblù (in cui si ipotizza un giro di scommesse e violenze per intimidire avversari e tifosi) è stata viziata da un sodalizio criminale si trattava di un’associazione a delinquere semplice e per questo le condanne di due persone giudicate con il rito abbreviato, il pentito Antonio Cossidente e Michele Scavone, sono state annullate con rinvio a Salerno, accogliendo la richiesta avanzata dall'avvocato di Scavone, Gaetano Basile, che erano state fatte propria anche dal procuratore generale presso la Cassazione Francesco Iacoviello, che ha fatto una differenza tra il «metodo mafioso» e lo «stile mafioso», ravvisato in questo caso, che sarebbe solo uno «scimmiottamento», ha detto del primo.
Una decisione pesante quella della prima sezione penale della Cassazione perché, verosimilmente, destinata ad avere effetti non solo sulle condanne oggetto della pronuncia (c’era anche un terzo ricorso per una condanna avvenuta senza aggravante mafiosa, ma è stato giudicato inammissibile) ma anche sul resto del procedimento, quello avviato a giudizio con rito ordinario e nel quale pendono accuse nei confronti di altre dieci persone.
Questo perché la caratteristica mafiosa di quella presunta associazione è comparsa e scomparsa più volte in quel procedimento datato 2010. Il 24 maggio del 2010 la prima «falsa partenza» con una citazione diretta a giudizio annullata dal collegio del Tribunale, presieduto da Aldo Gubitosi, che accoglie le eccezioni difensive sulla difformità delle contestazioni rispetto a quelle alla base degli arresti del 23 novembre 2009 e dispone di procedere all’udienza preliminare. Nella contestazione d’arresto non c’era l’aggravante mafiosa, nel decreto di giudizio sì.
Così nel 2012 la Procura antimafia, e precisamente il Pm Francesco Basentini che ha curato il caso, chiede il giudizio al Gup ipotizzando l’esistenza di un sodalizio mafioso e di una serie di altri reati, in particolare intimidazioni, aggravate dalla «mafiosità» del metodo o della finalità. Il Gup Rosa Larocca il 5 dicembre 2012 definì però le 19 posizioni oggetto della richiesta di procura con 11 rinvii a giudizio, tre patteggiamenti e cinque condanne con rito abbreviato, ma escludendo, in ogni caso l’esistenza di un’associazione di stampo mafioso riqualificandola in associazione a delinquere semplice. Nel caso dei ricorsi accolti ieri condanne a 4 anni per Cossidente, 2 anni e 4 mesi per Michele Scavone. Niente mafia, dunque, e da quel punto il procedimento si è diviso in due tronconi, uno dei quali ha seguito il percorso ordinario, col processo di primo grado avviato davanti al collegio A del tribunale presieduto da Aldo Gubitosi, l’altro, che aveva consumato il primo grado di giudizio già davanti al Gup, avviandosi al processo di appello chiesto tanto dalla Procura che dalle difese.
E nel giudizio di Appello il primo colpo di scena. Il 18 febbraio 2015 i giudici di secondo grado (presidente Vincenzo Autera, relatore Rosa D’Amelio, consigliere Bruno Verdoliva) ribaltano la decisione del Gup, ripristinano l’aggravante mafiosa all’accusa di associazione a delinquere e ad una serie di reati e rideterminano le pene (Cossidente resta a 4 anni grazie alle attenuanti per la collaborazione escluse dal Gup, Michele Scavone passa a 4 anni) ma soprattutto giungeva ad una conclusione che contraddiceva l’accusa per cui gli imputati giudicati con il rito ordinario erano a processo in primo grado.
Così il 28 aprile 2015 il Pm Basentini deposita la sentenza d’Appello nel parallelo processo ordinario di primo grado e riformula l’accusa tornando a inserire l’aggravante mafiosa portando il Collegio presieduto da Gubitosi a restituire nuovamente gli atti alla Procura affinché si tornasse alla fase dell’udienza preliminare. E il 19 febbraio scorso un nuovo Gup, Amerigo Palma, effettua il rinvio a giudizio con l’aggravante mafiosa fissando la prima udienza per lo scorso 10 giugno davanti al Collegio B presieduto da Lucio Setola. Prima udienza saltata per un difetto di notifica, ma intanto è arrivato questo nuovo giudizio di Cassazione. E questo strano «gioco dell’oca» potrebbe ripartire.

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