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E se anche i lucani invocassero l’autonomia? I servizi e gli standard minimi

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POTENZA - Il rischio è che il divario con il Nord aumenti a dismisura, con il Sud che si ritroverà, di qui a qualche anno, ad essere un «dormitorio» di pensionati ridotti alla fame. Scenario «apocalittico», forse, ma non così distante dalla realtà. Il regionalismo differenziato, o l’autonomia che dir si voglia, invocato da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, rischia di trascinare il Mezzogiorno in una palude da cui rialzarsi sarà impossibile. In questi giorni si sta mettendo nero su bianco il fatto che alcuni diritti fondamentali non saranno più garantiti in misura uguale a tutti i cittadini ma solo a quelli residenti nelle Regioni più ricche. Con buona pace della Costituzione e delle politiche di coesione. Settori come istruzione, sanità, trasporto pubblico, infrastrutture, tutela dell’ambiente vedranno aumentare l’attuale divario qualitativo tra Nord e Sud.
Lo dice a chiare lettere anche il prof. Antonio Giannola, presidente Svimez, che oggi sarà a Potenza per relazionare proprio sul tema dell’autonomia nel corso di un incontro promosso dal circolo culturale Silvio Spaventa Filippi (ore 17.30 nel museo archeologico provinciale).

Presidente, siamo nell’anticamera della secessione?
«Parlerei di anticamera di una diversità dei diritti. La Lombardia o il Veneto non vogliono essere indipendenti, anche perché significherebbe accollarsi una parte del debito pubblico nazionale che è enorme. A quel punto salterebbero i loro conti. Una cosa che si presenta l'Italia al mondo per chiedere di rifinanziare il debito, un‘altra che a farlo sia una regione con un'economia forte ma comunque piccola rispetto al mercato globale. Insomma, non conviene essere indipendenti e lo sanno al Nord».

Però invocano maggiore autonomia...
«E già. Vogliono cristallizzare i loro privilegi, restando all’interno di un sistema nazionale, per poi chiedere un meccanismo che alimenti il loro privilegio finanziario. Avere risorse in base alla loro capacità fiscale che risulta essere molto più forte, ad esempio, di quella della Basilicata e della Campania».
Dicono che si sono stancati di regalare soldi al Sud...
«È falso. Vero, invece, che tra le due aree c’è un gap dal punto di vista dei servizi e delle infrastrutture. Gli standard sono attualmente molto diversi e già oggi non si sta rispettando ciò che dice la Costituzione, secondo cui i diritti fondamentali sono tre: salute, istruzione e mobilità. Andrebbero garantiti su tutto il territorio con lo stesso livello qualitativo».
Con l’autonomia, dunque, peggiorerebbe questa situazione...
«Inevitabilmente. Bene che vada si legittima l’attuale divario. Di fatto lo Stato riconoscerebbe la diversità dei diritti garantiti nei vari territori, anche se l'impegno teorico, per Costituzione, resta proprio quello di ridurre le diversità».

Lei ha parlato di livelli standard dei servizi. Ma quali sono?
«Bella domanda. Non sono stati definiti, anche se l’articolo 117 della Costituzione prevede livelli essenziali di prestazioni».
Eppure Lombardia e Veneto, parlando di qualità dei servizi locali da incrementare con il loro gettito fiscale, sostengono che si partirebbe da una base costituita da servizi standard per tutto il Paese. Aria fritta?
«Chiedono di definire i fabbisogni standard che andrebbero finanziati dallo Stato. Poi chi è più ricco ci mette del suo e alza l’asticella. Così aumenta il divario perché si legittima che la regione con più disponibilità economica trattenga più risorse. Il dettato costituzionale, invece, dice che ci deve essere un'equità fiscale e di servizi».

Veniamo alla Basilicata. Siamo pochi e abbiamo il petrolio. Potremmo essere sceicchi e invece arranchiamo. E se ci rendessimo autonomi anche noi aggrappandoci ai proventi dell’oro nero?
«È tutta una questione di contrattazione. Innanzitutto si dovrebbe negoziare sulle royalties, alzando il tetto della percentuale destinata al territorio. In un quadro di regionalismo differenziato, la Basilicata potrebbe appellarsi al fatto che ora i livelli essenziali delle prestazioni e delle infrastrutture non sono pari a quella della Lombardia e, quindi, sarebbe necessario trattenere più risorse per poter incentivare l'economia locale, abbassando, ad esempio, le tasse per le imprese. Se ci si immette in un percorso di contrattazione di maggiori competenze, oggi gestite dallo Stato, occorrerebbe chiedere risorse adeguate a queste competenze».

Ma è un percorso proponibile? E se tutte le Regioni facessero così?
«E infatti non è pensabile. Salterebbe il banco. Il problema è che le Regioni forti vogliono di più e questo vuol dire razionare gli altri territori o fare più debito pubblico. Lo Stato si ritroverebbe nella condizione di togliere risorse al Mezzogiorno o incrementare il debito, cosa che non ci verrebbe consentita dall'Europa. E poi, in un discorso di ipotetiche negoziazioni con lo Stato, la Lombardia avrebbe un potere contrattuale certamente superiore rispetto alla Basilicata».
Insomma, l’autonomia, a suo giudizio, sarebbe una sciagura per la Basilicata e per il resto del Mezzogiorno?
«In generale credo che l'autonomia porterebbe all'estinzione dello Stato centrale. Un sistema senza un’unica regia su certe materie come l’ambiente o i trasporti, a mio giudizio, è una scelta suicida».

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