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Concessioni petrolio: trivelle in lista d’attesa

Gli ambientalisti: «Ora vedremo cosa dirà il ministro Di Maio»

petrolio lucano

POTENZA - Il boccone più prelibato è nel cuore della regione. Si chiama concessione Val d’Agri ed è il primo giacimento d’Europa, da cui arrivano quasi tre quarti della produzione nazionale. E secondo uno studio prevede ancora molti anni di vita produttiva con i necessari investimenti. Per questo Eni, l’azienda di stato, che insieme a Shell sfrutta il giacimento da quasi un ventennio, ha già chiesto di prolungare per altri dieci anni il permesso di trivellare, ed è in attesa di risposta da parte del Governo. Non è solo sulla richiesta dell’Eni che Palazzo Chigi si deve pronunciare. Infatti, c’è una richiesta analoga che riguarda il rinnovo delle concessioni per estrarre metano nella zona del metapontino.

Le concessioni in questione sono cinque, di cui due già scadute (Il Salice e Serra Pizzuta) e tre (San Teodoro, Recoleta e Policoro) che scadranno da qui ad un paio d’anni. Ma conciliare concessioni così longeve con i «No Triv» è difficile. «La Basilicata non è l’Ilva di Taranto - sottolinea il movimento Noscorie Trisaia - qui i posti di lavoro li abbiamo persi e non guadagnati, soprattutto in agricoltura. Lo dimostrano i dati Istat del decennio 2000-2010 in Val d’Agri, in cui le aziende agricole che hanno chiuso sono circa il 60 per cento, il doppio del resto della regione. C’è più emigrazione e più povertà rispetto a 10 anni fa in Basilicata - lamentano ancora gli ambientalisti di Noscorie - e i posti di lavoro creati nel petrolio sono poca cosa rispetto a quelli persi nelle economie locali nel lungo periodo». A breve, il Governo dovrà decidere se rilasciare anche alcuni permessi di ricerca. Masseria La Rocca a Brindisi di Montagna, per esempio, è uno dei progetti più controversi: nell’ultimo round il Consiglio di stato ha bocciato l’Intesa negativa della Regione. Rockhopper, società di diritto inglese, prevede l’esecuzione di rilievi geologici e sismici per circa 20 chilometri, e la realizzazione di un pozzo esplorativo della profondità di circa 7 mila metri. Il tutto poco più in là rispetto al parco della Grancia. Da qui la protesta degli abitanti, che temono di vedere la zona ridotta a una gruviera. Una mano la Sblocca Italia presto potrebbe darla anche al permesso D79 nel mar Jonio, che abbraccia uno specchio d’acqua tra Basilicata, Puglia e Calabria.

E pure alla messa in produzione dei pozzi Alli 5 a Marsico Nuovo e San Teodoro a Pisticci, e al permesso Tempa La Petrosa già sbloccato dal Tar e ora al Consiglio di Stato. Critiche degli ambientalisti per le politiche petrolifere in Basilicata del Movimento cinque stelle che oggi non sarebbe schierato in maniera decisa come nel recente passato contro le estrazioni. «Di Maio con il suo governo – evidenzia il movimento Noscorie - non potrà più nascondersi a lungo sulle questioni petrolifere e sulle nuove autorizzazioni. Al pari della Lega che invece purtroppo non si è mai pronunciata contro le estrazioni ma sempre a favore quando era con i vecchi governi di centro destra. Occorre un decreto di blocco per i permessi di ricerca su terraferma, o decreti di tutela del patrimonio idrico, mentre in mare per fermare tutte le ricerche basterebbe un decreto sull’air-gun. La Basilicata – concludono i Noscorie - ha già dato anche troppo con il greggio, basti pensare che ad oggi sul nostro territorio sono 17 le istanze di ricerca, 6 i permessi già concessi, 19 concessioni di idrocarburi e una concessione di stoccaggio».

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