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Radioterapia, la truffa al San Carlo: spacciata per nuova, è di 10 anni fa

L'azienda fornitrice precisa: «La macchina è già stata installata presso un altro cliente, ma non ha mai operato clinicamente»

Radioterapia, la truffa al San Carlo: spacciata per nuova, è di 10 anni fa

Dieci anni sono un’eternità per la tecnologia. Nel 2008 il «touch screen» era solo fantascienza e lo smartphone un’idea embrionale. Anche nella sanità (per fortuna) due lustri consentono a tecnici ed esperti di mettere a punto nuove apparecchiature mediche sempre più funzionali, rispondenti alle esigenze dei pazienti. Premessa che racchiude in sé lo sgomento di fronte all’indagine dei carabinieri del Nas sul macchinario per la radioterapia all’ospedale San Carlo (si veda la Gazzetta di ieri). Tutto ruota attorno a un’ipotesi di truffa: spacciato per nuovo, in realtà l’impianto risale al 2008 come si vede nella targa di produzione che pubblichiamo in questa pagina. È esattamente l’anno in cui l’azienda ospedaliera ha bandito la gara per la costruzione di un bunker, la fornitura di attrezzature e la gestione del reparto di Radioterapia. Gara aggiudicata da un’associazione temporanea di impresa (la capofila Fora, Alì e Niguarda) di Parma e che è approdata all’inaugurazione del reparto a ottobre dello scorso anno, dopo circa tre anni di lavori. L’appalto - per complessivi 8 milioni e 900mila euro - prevede anche la fornitura di quello che in gergo tecnico-medico si chiama acceleratore (Varia trilogy) da installare nel reparto. Costo: 2 milioni e 300mila euro, quanto si spende sul mercato per un’apparecchiatura nuova. Ma che nuova non è. E riemerge, come una beffa, l’enfasi che ha avvolto la cerimonia di inaugurazione del reparto, parlando di attrezzature dell’ultimissima generazione, all’avanguardia. Altro che. Quel macchinario per la radioterapia ha dieci anni ed è stato sottoposto a processo di «rigenerazione» prima di sistemarlo a Potenza. Possibile che al San Carlo nessuno se ne sia accorto prima? Beh, qualcuno ha avuto un sospetto: il 22 agosto scorso, infatti, il direttore Nicola Di Chiara ha scritto una lettera alla ditta appaltatrice in cui chiedeva se fosse vera la segnalazione giunta ai suoi uffici dell’apparecchiatura usata. L’azienda Fora ha risposto che «sulla base della dichiarazione del fornitore Varian Medical, trattasi di macchina nuova, in quanto non aveva mai operato clinicamente, di produzione corrente, non ricondizionata, né riassemblata, assistita con garanzia biennale». La Gazzetta è venuta in possesso del documento della Varian Medical di Segrate, datato 5 settembre 2018, che svela come all’atto della compravendita dell’impianto era stato precisato che la macchina era già stata installata in precedenza presso un altro cliente «ma che - si legge nella nota a firma del legale rappresentante della Varian Medical, Roberto Biscardi - non aveva mai operato clinicamente, né è stata ricondizionata e riassemblata».
Insomma, acceleratore di seconda mano, ma «a chilometro zero». Sarà. I carabinieri dei Nas, che stanno continuando a indagare sulla vicenda, la cui genesi risale a settembre scorso, dovranno fare luce e verificare se c’è stato un utilizzo «disinvolto» di fondi pubblici sulle spalle dei pazienti. Di quegli stessi pazienti che, da quando è stato inaugurato il reparto, hanno denunciato più volte il blocco dell’apparecchiatura, costringendoli a saltare le sedute di radioterapia. Disservizio che potrebbe essere legato proprio alla vetustà (seppur «rigenerata») dell’acceleratore.

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