Martedì 19 Marzo 2019 | 18:18

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simulazione di reato

«Agguato islamico? Falso»
Condannato Nello Rega

Pena 8 mesi. Denunciò un attentato di Hezbollah sulla Basentana

«Agguato islamico? Falso» Condannato Nello Rega

di Giovanni Rivelli

L’attentato ai danni del caporedattore di Televideo Rai Nello Rega denunciato nella notte del 7 gennaio 2011 era un falso. È la conclusione a cui è giunto il Tribunale di Potenza con la giudice Angela Cristoforo che ha condannato il giornalista potentino a 8 mesi di reclusione, pena sospesa e beneficio della non menzione. Il Pm Michelina Nardozza aveva chiesto un anno di reclusione, ma rispetto alle accuse il giudice ha dichiarato coperta da prescrizione la denuncia di minacce del 29 novembre precedente (tra le varie fatte all’epoca dal giornalista l’unica oggetto dell’inchiesta) pronunciando la condanna solo per l’«attentato» sulla Basentana.

Una decisione sul filo di lana. La prescrizione, anche per questa la ipotesi di reato, sarebbe scattata il prossimo 7 luglio e le ultime delle 26 udienze di un processo partito nel 2013 sono state fatte a tappe forzate per evitare che il tempo avesse la meglio. Facile, se non scontato, che la prescrizione si possa raggiungere con un ricorso in Appello, ma la sentenza di ieri segna comunque una verità al di là della pena.

E la verità riconosciuta dalla sentenza del Tribunale (che meglio sarà precisata nelle motivazioni annunciate entro 20 giorni) è che quell’attentato che lo stesso Rega volle attribuire ad Hezbollah, organizzazione paramilitare libanese integralista musulmana da più parti indicata come terroristica, sarebbe stato un fake.

Un «agguato» che nel racconto fatto dallo stesso giornalista e poi divenuto «corpo del reato» come ha detto ieri il pm Nardozza, si sarebbe verificato sulla Superstrada Basentana, all’altezza di Vaglio Scalo, poco dopo l’una di notte. Rega si stava ritirando da una cena («di cui non c’è traccia» ha detto il Pm) a Grottole quando, dopo aver lasciato un collaboratore allo scalo di Brindisi, avrebbe visto i fari di un’auto di piccola o media cilindrata lampeggiare, poi sarebbe stato affiancato e, dopo un impatto tra le due auto, sarebbe stato esploso un colpo d’arma da fuoco contro la sua auto.

Due elementi fondamentali nella ricostruzione accusatoria che pure ha spaziato su tutti gli aspetti della vicenda, riagganciandosi anche a precedenti denunce di minacce fatte da Rega e non ricomprese nell’imputazione. Perché il colpo, stando alla perizia fatta dal Ris dei carabinieri, sarebbe stato sparato in modo da formare grosso modo un angolo retto con la fiancata dell’auto, con un’arma tenuta parallela al suolo, da una distanza ravvicinata al punto che la rosata dei pallini («era un’arma da caccia e non da guerra» ha sottolineato il Pm) si aprisse dopo aver infranto il primo dei finestrini posteriori quando già era nell’auto per poi uscire con la maggior parte dei 200/300 pallini contenuti in quei tipi di colpi dall’altro finestrino, dopo aver infranto il vetro e senza nessun segno sulla carrozzeria esterna.

E poi quell’impatto tra le due auto. Impatto «testimoniato», da un segno ad un angolo del mezzo di Rega, da uno striscio di colore verde diverso da quello del mezzo, ma che alle analisi chimiche dei Ris sarebbe risultato privo dei pigmenti tipici delle vernici.

E poi ancora elementi di natura logica: lui che, subito dopo l’attentato non va dai carabinieri ma li chiama e gli aspetta sotto casa («senza paura che lo raggiungessero lì - ha detto il Pm - nonostante le minacce precedentemente denunciate come trovate nella buca delle lettere dovessero far pensare che gli eventuali attentatori sapevano dove abitava»); il fatto che Hezbollah non operi con queste modalità e non sia presente in Basilicata. lo ha testimoniato in aula anche Amedeo Ricucci, il giornalista di guerra Rai più volte presente in Medio Oriente: era con Raffaele Ciriello quando il fotografo lucano venne ucciso a Ramallah e con Ilaria Alpi in Somalia, oltre che in Siria, nel 2013 quando venne sequestrato assieme ad altri tre giornalisti italiani ad opera di una brigata di Jabhat al Nusra.

«Una storia che si basa su mere supposizioni» l’aveva bollata il difensore di Rega, Dario Perugini sforzandosi per oltre 70 minuti a mostrare quelle che a suo avviso erano le incongruenze della tesi difensiva, tra rilievi scientifici fatti in modo non inoppugnabile e lettura di intercettazioni, testimonianze, fatti, con un angolo visuale alternativo. Ma evidentemente, non ha convinto il giudice. Almeno in questo primo grado di giudizio.

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