Martedì 07 Luglio 2020 | 06:00

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Il suo concerto di domenica 21 a Fasano (in piazza Ciaia) è uno degli eventi clou del festival Bari in Jazz. E la sua unica apparizione dell’estate pugliese avrà qualcosa di inedito, dal momento che vedrà Francesco De Gregori impegnato nel Greatest Hits Live con la Gaga Symphony Orchestra diretta da Simone Tanin e lo Gnu Quartet (biglietti nel circuito ticketone.it).
Qui di seguito una lunga intervista che il «Principe» ha concesso in esclusiva alla «Gazzetta del Mezzogiorno».

Partiamo dal tour. Come nasce l’idea di un De Gregori «sinfonico» e come considera questa veste orchestrale che l’accompagna?
«Direi che mi è sempre piaciuto cercare vestiti diversi per le mie canzoni, che nascono per lo più con una chitarra o un pianoforte e che di solito dal vivo vengono eseguite con la band che mi accompagna da anni, quindi in versione abbastanza semplice...diciamo folk-rock o anche semplicemente pop o qualcosa del genere. La tentazione dell’orchestrazione sinfonica però è sempre in agguato nella testa di un musicista e molte delle canzoni che ho scritto, lo sto scoprendo adesso, hanno una struttura melodica ed armonica che si presta allo scopo. Diciamo che ho voluto sentire cosa succedeva alla mia musica aprendola a tutte le possibilità timbriche che hanno gli archi, i fiati, gli ottoni... in fin dei conti è una cosa molto molto italiana, molto popolare, legata anche alla tradizione della romanza e perché no, della lirica».

Che significato ha per lei essere un cantautore e, soprattutto, è un ruolo che ha ancora un significato nel contesto musicale della nostra epoca, dominata dal «trap»?
«Ma anche i “trappisti” sono cantautori! Cantautore è una parola che dice tutto e niente, i cantautori sono sempre esistiti ed esisteranno sempre attraverso stili e generi diversi perché hanno il grande vantaggio di cantare in prima persona quello che hanno in testa. La gente li ama perché sente in loro un certo profumo di verità, di sincerità, di voglia di raccontare se stessi e il mondo. E questo vale ovviamente per me come vale per Gino Paoli o per Salmo o per qualsiasi ragazzino di 15 anni che in questo momento sta cercandosi le sue parole, le sue rime e il suo ritmo».

Oggi lei ha 68 anni, se dovesse riscrivere alcune pagine della sua vita, la immaginerebbe diversa da come è stata?
«Guardi, è una fatica che proprio non mi va di fare...si vive una volta sola e non mi va di rinunciare a questo vantaggio».

In più di un’occasione i cantautori italiani sono stati indicati come i più genuini eredi dei grandi poeti del primo Novecento. Cosa ne pensa e, nel suo caso, accetterebbe la definizione di poeta?
«No, nella maniera più assoluta. Non c’entro niente con la poesia e con i poeti e loro non c’entrano niente con me».

Ha ancora un senso scrivere oggi delle canzoni d’amore?
«Perché non dovrebbe averlo? La gente continua a innamorarsi e a sognare, continua a consumare amore e farsi consumare dall’amore. La canzone è il veicolo ideale per raccontare la passione d’amore. Può essere breve, ma può accompagnarti per un lungo periodo o per tutta la vita».

Il suo songbook conta ormai numerosissimi titoli amati dal grande pubblico, eppure quando si parla di De Gregori, il suo nome viene abbinato immediatamente a «Buonanotte, fiorellino». Che significato ha per lei questa canzone?
«È una buona canzone, scritta in un periodo in cui ero molto ispirato...non pensavo che sarebbe durata tutto questo tempo e che avrebbe avuto tutto questo successo... è una canzone molto... esile... più raffinata di quanto non sembri. Insomma furono quelli della mia casa discografica che quando la sentirono mi dissero che sarebbe potuta diventare una hit. Forse dipende dal ritmo di walzer o da tutti quei diminutivi che sono piaciuti molto ai bambini e ai genitori che l’hanno usata come ninna nanna».

Quali sono i suoi rapporti con l’universo femminile e quanto hanno influenzato il suo mondo musicale?
«Beh, direi di aver avuto sempre ottimi rapporti con il mondo femminile, pieni di curiosità, ma anche pieni di rispetto, lo stesso rispetto che gli alpinisti devono avere per la montagna o i marinai per il mare... quel rispetto che se non c’è l’hai rischi di cadere o di andare a picco. Poi c’è sempre di mezzo l’attrazione, il desiderio, l’amore. A volte si cade in confusione, questo è molto umano... credo semplicemente che in alcune delle mie canzoni si trovino molte tracce di tutta questa confusione».

Dopo più di quarant’anni sulle scene, ci sono delle canzoni che sente meno sue e canta meno volentieri delle altre?
«Va a periodi. Qualche anno fa non mi andava di cantare che so, Pablo o Bufalo Bill e adesso invece mi piace farlo. Non le ho mai contate le canzoni che ho scritto, veramente! Saranno 200 o poco più, non sono tante in 40 anni di lavoro... ogni volta che parto per un nuovo tour cerco di ripescarne qualcuna che non faccio da tempo e se mi suona bene la metto dentro, sennò se ne riparla la prossima volta, senza problemi. Spesso mi piace cantare canzoni di altri, mi piace fare il cantante più che il cantautore!».

Parliamo dei colleghi. Di recente ha confessato la sua ammirazione per Lucio Battisti, un artista in apparenza molto diverso da lei.
«Beh sì, sicuramente molto diverso da me ma direi diverso da tutti! Battisti è stato un’aquila solitaria su una rupe inaccessibile. Il suo stile, il suo canto non sono mai stati paragonabili alla musica che gli girava intorno e se ci si pensa è strano, vista la sua grande popolarità e commercialità. Battisti era raffinatissimo e allo stesso tempi alla portata di tutti, un intellettuale senza intellettualismi, un cantante unico, una mosca bianca o una pecora nera a seconda dei punti di vista, ma soprattutto un artista puro e incorruttibile. Ma non possiamo non citare anche Mogol e Pasquale Panella che, diversamente l’uno dall’altro, hanno messo le parole giuste sulle note giuste».

Vasco Rossi canta il suo «Generale» e lei canta la «Vita spericolata». Uno scambio di repertori singolare.
«Mi è sempre piaciuto Vasco anche se in qualche modo appartiene a un mondo diverso dal mio e anche se, con pochi anni di differenza, è di un’altra generazione musicale. Cominciai io a fare Vita spericolata nei concerti, mi divertiva vedere come sbandava il mio pubblico quando gli sparavo questa canzone di uno che a quei tempi (parliamo del
‘93) era ancora particolarmente “maledetto” dai benpensanti musicali. E poi quella è una grande canzone! Lui poi fece Generale, anche lui in un concerto, e finì dentro a un suo disco. In realtà poi non è che abbiamo parlato molto di tutto questo... è normale che accadano queste cose. C’è stima reciproca, forse a lui sarebbe piaciuto scrivere Generale, a me sicuramente sarebbe piaciuto scrivere Vita Spericolata».

Un suo ricordo personale – se possibile inedito – di Lucio Dalla.
«Non riesco a ricondurre Dalla a un episodio o a un aneddoto anche se ce ne sarebbero tanti. Lucio era fra le altre cose un uomo molto divertito dagli altri, si vedeva da mille cose, mille battute, mille piccoli gesti più o meno teatrali. Preferisco dire solo che Lucio era profondamente spirituale, nella vita e nel suo lavoro, un musicista sempre imprevedibile, un improvvisatore nato. È difficile usare l’imperfetto parlando di lui. Ha lasciato qualcosa di vitale di vivo nella sua musica e in tutti quelli che lo hanno conosciuto e gli hanno voluto bene».

Bob Dylan: lo ha tradotto in italiano per l’album «Amore e furto», che traduce appunto «Love and Theft». Quanto c’è di amore e quanto di... furto nella sua passione per Dylan. E lei cosa proverebbe se Dylan traducesse in inglese e cantasse delle sue canzoni?
«Proverei un grande stupore! Non scherziamo, per me tradurre Dylan ha voluto dire entrare ancora più in profondità in un territorio letterario che mi ha nutrito fin da quando ero un giovanissimo scrittore di canzoni, confrontarsi con quella scrittura e avere l’incoscienza di riportarla nella nostra lingua è stata un’avventura entusiasmante. Quanto al furto ci sta... l’originalità nella creazione artistica è una mitologia romantica, ognuno di noi sa quanto è necessario, e nobile, rielaborare il lavoro di quelli che ami e farlo inevitabilmente diventare qualcosa di nuovo e di tuo. Il primo a saperlo è certamente proprio Dylan».

A Bari lei è stato protagonista di un duetto improvvisato con Checco Zalone, che poi ha invitato anche al concerto all’Arena di Verona. Che razza di incontro è il vostro?
«Due artisti che si piacciono, direi... e che guardano con molta disinvoltura alle aspettative della gente e non gliene frega granché di fare cose prevedibili. E poi Luca è un musicista grandioso, quando si stuferà di fare cinema (personalmente spero che non avvenga mai) lo vorrei come pianista nella mia band a patto che non sia troppo sindacale sulla paga».

Per concludere, lei ha cantato «Guarda che non sono io». Ci racconti un aspetto del De Gregori privato che nessuno conosce.
«E che glielo vengo a dire a lei?».

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