«Sono nata a Te… rlizzi e non a Te… heran». Shady Alizadeh, padre iraniano e madre italiana, smorza con una battuta la domanda sulle proprie origini. Classe 1989, avvocato, impegnata in politica, vive la sua doppia cittadinanza e la sua esistenza a cavallo tra due culture con un grande impegno civile contro la dittatura. Un impegno civile diventato ancora più forte negli ultimi mesi, dopo l’esplosione delle proteste a seguito dell’uccisione di Mahsa Amini.
Lei è nata in Italia, ma la famiglia di suo padre si trova in Iran, riuscite a sentirvi? Ad avere contatti?
I contatti sono quelli dei social network, sono quelli che si vedono su Instagram, le immagini e le notizie che abbiamo arrivano dalla rete dei giornalisti dissidenti. I contatti con i familiari, in generale, costituiscono un tema molto delicato e sensibile. Quello che stiamo facendo noi, qui, fuori dall’Iran, ha dirette ripercussioni nei confronti dei nostri familiari che sono in Iran, perciò occorre agire con molta cautela.
Quindi l’atteggiamento degli iraniani che vivono fuori dal Paese è di estrema protezione verso le famiglie rimaste in Iran?
Sì, tutti tendiamo a proteggerli. Noi abbiamo la fortuna della libertà di vivere in Paesi democratici, mentre loro non ce l’hanno. Per questo motivo, i contatti sono molto difficili, non sempre si riesce a parlare, è una situazione complicata perché l’Iran è chiuso da quel punto di vista. Whatsapp si usa poco, ci sono altre chat che vengono utilizzate, ma mandarsi messaggi non è semplice, bisogna stare attenti. La voce grossa la stanno facendo le reti giornalistiche in Europa.
Paradossalmente, non avere rapporti è una maniera per garantire l’incolumità dei vostri cari?
Sì.
Qual è l’atteggiamento in Europa?
In Europa si sta facendo molto, ma si potrebbe fare di più.
Cosa si può fare?
A Shirin Ebadi, iraniana, prima donna Premio Nobel di religione islamica, è stato proibito di esercitare la professione di magistrato in quanto donna, poi di avvocato non solo in quanto donna ma anche in quanto donna che difendeva le donne. Lei dice che la storia ci insegna che le democrazie non si esportano e non si importano, ma devono essere un movimento che nasce dal basso. Questo in Iran sta accadendo e lei dice che parlarne è la prima cosa da fare. Parlare. Non c’è denuncia più grande che la parola. Parliamo di una cultura patriarcale, maschilista, abusiva. L’integralismo religioso della maggiore matrice. Noi dobbiamo sensibilizzare, parlarne, avere un’opinione pubblica. Si deve promuovere una sensibilizzazione affinché il popolo iraniano trovi le maniere e i modi per costruire un percorso democratico, interno. È un aiuto che noi diamo al popolo iraniano che è già in lotta. Sono 44 anni che il popolo iraniano sta lottando.
Quale potrebbe essere un aiuto più concreto?
I mezzi di sostentamento, per esempio. Ci sono molti studenti iraniani che studiano in Italia, sta scadendo loro il permesso di soggiorno e non hanno i mezzi di sostentamento. A causa degli embarghi europei, gli studenti iraniani che vivono nel nostro Paese non possono aprire un conto corrente e quindi come possono sopravvivere? Come possono andare avanti? Si tratta di una situazione molto complessa. Fortunatamente c’è una rete di assistenza ben strutturata, nel nostro Paese. La solidarietà interna funziona, grazie agli iraniani che ormai si sono stabiliti in Italia e che sono benestanti. Chi può presta un po’ di denaro, poi si trovano lavoretti, si fa quello che si può per dare una mano, ciascuno contribuisce come gli è possibile per aiutare. Sono piccoli gesti, che però servono.
Questo succede anche in Puglia?
Certo, a Bari, per esempio, c’è una grande comunità di studenti iraniani.
Tornerebbe in Iran?
Io non posso rientrare in Iran, se lo faccio, la prima cosa che fanno è arrestarmi.













