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Il sovranista Dugin tra antiglobalismo e Russia imperiale

Il sovranista Dugin tra antiglobalismo e Russia imperiale

La tragica morte della figlia giornalista Darya Dugin accende i riflettori sul padre sovranista

La tragica morte della figlia giornalista Darya Dugina, riaccende i riflettori sul padre «stratega» di Putin

23 Agosto 2022

Michele De Feudis

La tragica morte della giornalista Darya Dugina, riaccende i riflettori sul padre, Aleksandr Dugin, i cui scritti sono tradotti in Italia fin dagli anni novanta. Il filosofo era l'obiettivo dell'attentato e l'evento rinnova la percezione - per i guerrafondai - dei pensatori come obiettivi di ritorsioni, attentati e attacchi (dalla morte di Giovanni Gentile a Firenze nel 1945 all'ultimo blitz negli Usa contro Salman Rushdie). 

Nato nel 1962, l'intellettuale moscovita ha caratterizzato la sua speculazione partendo dall’assioma che la Russia rappresenti «una Roma eterna» in lotta contro l’Occidente individualista, «eterna Cartagine». Scrittore, in passato docente all’Università di Mosca nonché caporedattore di Tsargrad Tv, ha fondato con Eduard Limonov (icona libertaria affrescata da Emmanuel Carrère nell'omonimo volume biografico per Adelphi) il Partito Nazionalbolscevico, amato da punk e rivoluzionari di estrazione antigovernativa, e il Movimento internazionale eurasista. Nel volume “Putin” di Gennaro Sangiuliano, le elaborazioni duginiane sono accostate alla prassi imperiale russa, ma al Cremlino sono altri gli autori di riferimento (a partire da Nikolaj Jakovlevič Danilevskij, la cui opera “Russia e Europa”, è distribuita a tutti i governatori per spiegare le strategie putiniane). Inchieste giornalistiche hanno registrato la presenza di Dugin nelle giornate di Salvini a Mosca su cui ha indagato la Procura di Milano. Note sono anche le sue prese di posizione patriottiche pro invasione Russia in Ucraina, assecondate da altri scrittori di estrazione dannunziana, in primis Zachar Prilepin.

Il testo più importante di Dugin è «La Quarta Teoria Politica» (Aspis), saggio nel quale elabora una visione alternativa ai tre filoni maggioritari della modernità, ovvero il liberalismo, il comunismo e il fascismo, invitando “a riscoprire valori come la giustizia sociale, la comunità di popolo, la libertà della persona”. Questo orizzonte metapolitico emerge anche nel saggio “Platonismo politico”, dove c’è il confronto pubblico tra Dugin e il filosofo Bernard-Henri Lévy, tenuto ad Amsterdam nel 2019, in un simposio dell’Istituto Nexus: lì l’autore russo rappresentò una forte alterità russa rispetto a comunismo e fascismo, nonché le ragioni dei difensori delle identità contro i globalisti, in nome di una nuova dicotomia, ormai parzialmente superata dagli ultimi conflitti internazionali. Ha tenuto conferenze in università occidentali (in Italia anche con il filosofo marxista Diego Fusaro) ed è stato oggetto di studi dagli esiti contrastanti: per il giornalista americano Paul Ratner è «il filosofo più pericoloso del mondo», mentre lo studioso Dmitry Shlapentokh, in un articolo pubblicato sulla «European Review» (Cambridge University Press), all’opposto lo ritiene «il filosofo più importante della nostra epoca». Stante queste valutazioni antitetiche, i libri di Dugin, che sia o meno il “Rasputin di Putin", restano utili per decifrare una parte dello spirito del nostro tempo.

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