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nel materano

Con Sant'Antùne ecco
il periodo del Carnevale

Maschere, suoni e buon vino nelle tradizioni di Tricarico, Matera e Montalbano Jonico

carnevale di Tricarico

di RICCARDO RICCARDI

Lasciate alle spalle le festività natalizie, si ritorna all’allegria ben presto. Il 17 gennaio, giorno dedicato a Sant’Antonio Abate (Sant’Antùne), ha inizio il Carnevale. Per i materani questa ricorrenza si identifica con il detto «maschere e sun», cioè “Sant’Antonio maschere e suoni”. Un tempo, in onore del Santo, si accendevano dei grandi falò, intorno a cui il popolo cantava «fucanèeve a sant’Antùne, addò si venne (vende) u mmire (vino) bune». Straordinaria era la partecipazione alla festa dei materani. Aveva la nomea di un Santo operoso: curava l’allevamento delle oche, dei tacchini, di tutti gli animali; proteggeva pirotecnici, ferrovieri, fabbri e pompieri. Aveva un debole per il fuoco, ma non disdegnava nemmeno i vinattieri se la gente cantava «... addò si venne u mmire bune».

Sant’Antùne, per quanto molto amato dai materani, non era il giorno in cui si benedicevano gli animali che, contrariamente alla maggioranza dei paesi lucani, si svolgeva a dicembre nella ricorrenza di Sant’Eligio. Infatti, dovunque, in questa giornata di festa religiosa si prevede la benedizione degli animali sul sagrato della chiesa dedicata al Santo. Era ed è costume, infatti, che venga acceso un grande falò e tutt’intorno, uomini, donne e bambini recitino preghiere; la brace viene raccolta in appositi recipienti e gelosamente conservata come buon augurante per la salute degli animali.

A Tricarico, il 17 gennaio, «i giovani travestiti e con il volto velato si dirigevano nella chiesa di Santa Maria per ascoltare la messa e dar inizio al Carnevale, accompagnandosi col suono di grosse campane che, agitate, emettevano suoni duri e metallici». Inoltre, nella piazza principale della cittadina «si formava un corteo di dame, cavalieri, paggi ed inservienti in cui il signore del luogo dava l’avvio alle feste, tra la folla che gioiosamente applaudiva. La circostanza era caratterizzata da un corteo di persone vestite in bianco, con il viso coperto di veli e nastri che, al suono dei campanacci, si dirigeva verso la chiesa di Santa Maria e ascoltava la messa in favore di Sant’Antonio». Pare che questa cerimonia sia iniziata al tempo delle congiure borboniche, quando i carbonari, per mascherare gli incontri segreti, facevano ricorso ai più strani travestimenti per eludere la vigilanza della polizia.

A Montalbano Jonico, invece, sempre il 17 gennaio, «gli abitanti offrivano a Sant’Antonio un maialetto, a cui venivano mozzate le orecchie, perché fosse riconosciuto; l’animale passava di casa in casa, mangiava in ogni truogolo, perché, secondo la tradizione, doveva essere allevato un po’ da tutti. Quando il maiale diventava grasso veniva ucciso e la carne distribuita ai poveri». In serata i fuochi d’artificio allietavano la festa e, per finire, i fedeli raccoglievano la cenere e la deponevano in un sacco che trasportavano in campagna e la spargevano sul terreno per ottenere la protezione del Santo. Un rito propiziatorio efficacissimo, dicevano i nostri avi.

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