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In Puglia e Basilicata

il grande progetto

«Matera cultura», resta incompiuta: la rivoluzione estetica e urbanistica

«Matera cultura», resta incompiuta: la rivoluzione estetica e urbanistica

Via Ridola è stata immaginata come la spina dorsale di un sistema produttivo di cultura destinato ad irradiarsi dai Sassi al resto della città

24 Giugno 2022

Rossano Cervellera

MATERA - Matera cultura è uno dei pochi progetti che il Fio (Fondo per gli investimenti e l’occupazione) ha finanziato integralmente nel 1985: 30miliardi e 400milioni di lire. Un importo insufficiente per realizzare le opere previste e proposte da un programma ambizioso di creazione di una cittadella della cultura lungo l’asse portante di Via Ridola. Nel Fio 1990, mai distribuito, era già pronta una scheda di investimento aggiuntivo da 40miliardi. Promosso dalle tre soprintendenze della Basilicata, Matera cultura aveva lo scopo di creare un continuum di spazi dedicati alla cultura e al recupero del patrimonio storico, artistico. L’obiettivo non si è limitato alla riqualificazione di uno o più monumenti e attrezzature per la cultura ma, più ambiziosamente, ha puntato ad un sistema urbano e territoriale, innervato da un certo numero di sedi museali: la cerniera della cultura per mettere in relazione le risorse rupestri e i valori storici ed estetici del barocco presenti nel Piano. Via Ridola è stata cioè immaginata come la spina dorsale di un sistema produttivo di cultura destinato ad irradiarsi dai Sassi al resto della città.

Cinque i perni del progetto: aumento di oltre 1000 metri quadrati della capacità espositiva del Museo archeologico nazionale, creazione di un museo dell’habitat rupestre grande 2000 metri quadrati nei Sassi, restauro di Palazzo Lanfranchi per farlo diventare la prima Pinacoteca della regione e per la realizzazione di un teatro all’aperto da 450 posti, rigenerazione di Via Ridola come porta d’accesso ai Sassi e, infine, la costruzione del Laboratorio per la conservazione ed il restauro nella zona Paip, denominato Mazinga per la sua forma e per la sua imponenza.

Il Museo Ridola è stato ampliato con la costruzione di un corpo di fabbrica su due piani nelle vicinanze del fabbricato esistente a cui però non è collegato attraverso un previsto ed apposito passaggio sopraelevato. Manca inoltre l’acquisizione dell’edificio dell’ex scuola media Alessandro Volta, destinata alla direzione tecnica ed amministrativa del museo, ai laboratori, alla didattica e agli archivi, consentendo così di liberare spazi espositivi per mostre temporanee.

Il Museo dell’habitat rupestre non è mai stato realizzato per mancanza di fondi. Avrebbe dovuto essere contenuto nell’ambito del vecchio Palazzo Gattini, a fianco alla Torre Metellana, ed estendersi da Via Nicola del Sole a Via del Seminario, ma non se n’è fatto più nulla. Negli anni ’90 si pensò che il progetto potesse essere assorbito in quello del Museo demoetnoantropologico da realizzare nel Sasso Caveoso, da Vico Solitario a Santa Barbara, e che avrebbe dovuto essere progettato da Gae Aluenti. Anche quell’idea riposta nel cassetto dal momento che quegli spazi nel frattempo sono stati dati in concessione a privati.
Il restauro di Palazzo Lanfranchi è stato per gran parte realizzato. Attualmente sono in corso altre opere di riqualificazione. La proposta di allestire, sulla terrazza dell’edificio, un teatro all’aperto da 450 posti è stata invece definitivamente accantonata. Insormontabili i problemi di staticità legati alla presenza al di sotto del Palazzo di ambienti ipogei così come inconciliabili sarebbero state le esigenze di sicurezza con quelle della conservazione di un immobile storico.

La rigenerazione di Via Ridola è stata, anch’essa, in gran parte ultimata. Non è stato portato a termine il proposito di creare un sottopassaggio che avrebbe dovuto condurre dal parcheggio di Via Vena fino all’arco di Vico Case Nuove. Una galleria pedonale che avrebbe dovuto portare i visitatori nel cuore della città senza attraversare il traffico cittadino. Di quel progetto resta una pavimentazione diversa in Via Ridola nel luogo in cui avrebbe dovuto sorgere una fontana realizzata, nelle intenzioni, da un artista di fama internazionale.

Infine, il Mazinga, il robot dormiente del restauro. Non è stato mai completato. Dispone di tutti gli spazi e delle tecnologie per la conservazione e la rigenerazione delle opere ma non dei laboratori che avrebbero dovuto sorgere al secondo piano del secondo dei corpi di fabbrica del progetto originario: 1600 metri quadrati complessivi. Attualmente sono in corso lavori di riqualificazione dell’immobile (1.100.000 euro). Un progetto ambizioso che è giusto non abbandonare.
Negli anni ’80 Matera pensava già da Capitale della Cultura. Circa 40 anni dopo c’è da riprendere il filo di un discorso interrotto.

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