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Un raro episodio di integrazione nel cuore della città ora in preda a un inesorabile declino

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Ecco la storia di un altro contenitore vuoto e inutilizzato. Foglie secche e abbandono evocano un declino prossimo all'inverno della ragione. Siamo nel cuore della città, in piazza San Giovanni Battista. Bisogna fare attenzione, orientarsi non è facile. È necessario cercare un piccolo passaggio accanto alla chiesa di San Rocco, nel cui ex monastero, al momento sono allocate una serie di attività didattiche svolte dall'Univeristà della Basilicata, in via di trasferimento sulla collina del Castello. Alle spalle della ex struttura conventuale si notano ampie superfici verdi e alcuni locali un tempo gestiti direttamente dal vecchio Ospedale civile. Nel 1926 l'ex convento di San Rocco fu destinato interamente ad attività ospedaliere. Molto più tardi, invece, il tutto passò nelle proprietà dell'Amministrazione provinciale. Ma non la parte che già in origine doveva essere l'orto del convento, dotato di una serie di locali di servizio. Queste pertinenze continuarono a gravitare nell'orbita della sanità locale fino a quando non entrarono nella gestione diretta dell'Azienda sanitaria locale.


In un primo momento, al suo interno trovarono spazio le attività ambulatoriali del Centro d'igiene mentale. Un avamposto della moderna medicina di prossimità, All'avanguardia per quei tempi. Si ha notizia che, a valle della legge 180 - altrimenti nota come Legge Basaglia - queste strutture, unitamente all'avvio della prime Case famiglia, furono oggetto di studi specifici da parte di esperti provenienti dagli Stati Uniti.
Poco prima del 1986, le attività del Centro d'igiene mentale furono trasferite in via Gramsci, dove oggi si trova il Servizio di assistenza ai tossicodipendenti (Sert). Da via Gramsci fu poi la volta della migrazione nell'ex Dispensario, in via Laura Battista. Allo stesso tempo, la struttura di via San Biagio affacciata su piazza San Giovanni Battista - ma in realtà, si tratta di un vicolo cieco - fu interessata da una serie di opere di riqualificazione che compresero l'ampia dotazione di verde circostante, il giardino e l’orto. In questa sede, dal 1989 fu ospitata la Casa famiglia, a pochi passi dalla centralissima piazza principale Vittorio Veneto.


Anche questa iniziativa fu salutata come momento di grande innovazione a livello di sanità pubblica. Lo era, in effetti. I lavori di ristrutturazione e riconversione dell'esistente si tradussero in un'agile struttura di oltre 200 metri quadrati di superficie. Il tutto, secondo gli intenti dell’autorità sanitaria, doveva assumere il più possibile l'aspetto di un luogo di aggregazione, ma senza perdere il carattere di civile abitazione. Nella suddivisione dell'immobile furono ricavati spazi privati, ovvero stanzette con due letti e bagno in camera, e spazi condivisi. È il caso della cucina, di un salottino e di un salotto con l'area tv e una zona pranzo. Tra le novità di questa organizzazione spaziale ispirato a un alloggio il più possibile come tutti gli altri, spiccava anche la condivisione e l'uso comune di alcuni arredi che furono subito personalizzati in un modo speciale. Erano in buona parte di proprietà degli ospiti, per quanto, il concetto di privato fu volutamente ridimensionato per la ragione che ogni spazio era praticamente accessibile, comune.


Straordinaria, come anticipato, la combinazione all'esterno con un ampio giardino e un altrettanto esteso orto che si sviluppano ai piedi delle mura posteriori della chiesa di San Rocco. Si comprende benissimo come la centralità del luogo fosse comunque garantita da una sorta di ubicazione discreta, tra l'altro, raggiungibile da un solo accesso. A distanza di tanti anni, colpisce ancora la volontà di realizzare un luogo di vita stabile. Si comprende che l'obiettivo era quello di favorire condizioni di autentica integrazione nel cuore della città, magari puntando tutto su una forma di clima accogliente, familiare, una parentesi urbana in cui sviluppare affettività, organizzando il valore del tempo e delle cose.
La Casa famiglia nel 2006 trovò un'altra sistemazione, come si è detto, all'interno dell'ex dispensario. Ma chi abitava o risiede ancora nella zona di via San Biagio non potrà certo dimenticare i graduali momenti d'integrazione, di cittadini rinati una volta sfuggiti alle strutture detentive manicomiali. Erano amici di tutti e tutti, tra tabacchino, bar del Fontanino e parrocchia, li rispettavano. Si sentivano accettati e, non di rado aiutati, non scacciati come presenze ingombranti, fastidiose e da nascondere. Quasi nessuno conosceva le loro storie, ma pochi ignoravano il loro nome di battesimo.

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