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Filippo Mele con i carabinieri

Gli scontri avuti, anche sui social, con alcuni degli indagati, l’attività di testimonianza contro la criminalità, un messaggio contro i giornalisti partito da ambienti del Metapontino e circolato sui social proprio nelle ore in cui arrivava il plico minaccioso con la pallottola. E poi l’attenzione a documentare gli interessi della malavita sui locali di intrattenimento della costa, oggetto i un articolo scritto il giorno prima del messaggio minatorio.

Ieri il cronista della «Gazzetta del Mezzogiorno» Filippo Mele è stato sentito per circa un’ora e mezzo dal Pm antimafia di Potenza Annagloria Piccininni sull’episodio di intimidazione di cui è stato fatto oggetto dopo gli arresti per la «Gomorra Jonica». Mele era già stato sentito a verbale dai carabinieri, ma la Pm che segue il caso ha voluto approfondire alcuni elementi determinata a non lasciar cadere l’episodio.

Ai militari dell’Arma Mele aveva riferito di mettere in relazione l’episodio che lo aveva interessato con l’attività giornalistica sugli arresti e nell’ora e mezzo a colloquio col magistrato ha fornito tutti gli elementi che lo hanno portato a tale affermazione. A partire da un discussione avuta sui social con una delle persone poi finita sotto indagine sulla presenza della criminalità nell’area. Ma non c’è solo questo. Nella stanza del Pm al quarto piano del Palazzo di Giustizia di Potenza è stata approfondita anche la questione dei locali sulla costa attribuiti al clan. Era l’ultimo argomento di cui si era occupato, sulla Gazzetta, Mele prima dell’arrivo del messaggio minatorio. Forse un nervo scoperto, quello dei locali, o la goccia che ha fatto traboccare il vaso rispetto a un’attenzione costante al problema, manifestata con articoli (sia prima che dopo gli arresti) e con interventi pubblici. A Scanzano, il 5 ottobre, Mele aveva tenuto una relazione a un convegno ricostruendo, anche con immagini, le attività dei clan, denunciando i legami con la criminalità, rimarcando la necessità della presenza non solo dei Carabinieri (il cui ritorno è stato deciso) ma anche dell’Antimafia.

Un complesso di elementi che deve aver infastidito quel che resta dei clan al di fuori del carcere. E qui c’è anche un altro elemento maturato nelle stesse ore dell’arrivo del messaggio minatorio. Perché se il «messaggio», è stato recapitato intorno alle 20.30 (a quell’ora i vicini hanno sentito il rumore che avrebbe prodotto la rottura della tettoia sulla casa di Mele) poco dopo qualcuno ha segnalato una scritta apparsa sui social da qualcuno del metapontino che lanciava accuse di infamità ai giornalisti amici dei carabinieri. Un caso o una firma è tutto da dimostrare. Sicuramente, però, al momento una pista.

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