Martedì 17 Settembre 2019 | 10:11

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Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio. Specie quando l’azienda si mette nelle mani di altri, il rischio di restare delusi e truffati è dietro l’angolo. Una holding toscana un anno fa, precisamente a fine maggio, stringe un accordo semestrale con uno studio di consulenza salentina. L’obiettivo è ottenere un finanziamento internazionale da 5 milioni di euro. Quattordici mesi dopo ancora attende il finanziamento. Di più: della fidejussione versata per ottenere il prestito non c’è neppure l’ombra. Sparita, «irreperibile» come i consulenti che hanno convinto l’amministratore delegato della società aretina a versare 250mila euro come garanzia. La storia è finita ovviamente in un mare di carte bollate e con una lunga e dettagliata querela, presentata per conto del sodalizio di Arezzo dall’avvocato Anna Grazia Maraschio. L’atto è già approdato in Procura: è sul tavolo del sostituto procuratore Paola Guglielmi che indaga i due fratelli titolari della società di consulenza. Sono difesi dall’avvocato Leonardo Maiorano. Le indagini sono condotte dai finanzieri della sezione di pg della Procura, diretti dal colonnello Francesco Mazzotta.
Tutto inizia a maggio del 2015. Il presidente del consiglio di amministrazione della società toscana prende contatti con un consulente finanziario internazionale accreditato dalla Consob. Si parla di un finanziamento da 5 milioni di euro. Tra i documenti da inviare, figura anche una fidejussione da 250mila euro da accreditare sul conto corrente del consulente finanziario. La società prepara tutto. E attende. Il finanziamento da parte di un noto gruppo bancario internazionale dovrebbe arrivare in breve tempo. La holding è convinta dai consulenti a partire con loro per un viaggio di lavoro a Brno per aprire un conto corrente con l’istituto di credito erogante. L’accredito dovrebbe arrivare entro il 30 giugno. Poi tra il 13 ed il 20 luglio. Poi ancora ad inizio agosto. E infine il 31 agosto. La somma non arriva più. E non tornano indietro neanche i soldi versati come fidejussione, nonostante la richiesta del 7 settembre 2015. Dopo un lungo rimpallo di mail, sms, chat su whatsapp, la società toscana decide di passare all’azione legale. Allega alle pagine decine di file che attestano il carteggio intercorso con i consulenti finanziari e sporge querela. Ora la parola passa alla Procura, che accerterà per quali reati (se ne sono stati commessi) procedere. L’azienda ritiene di esser stata truffata. Con la querela chiede di sequestrare il conto corrente sul quale è stata accreditata la somma di 250mila euro (e ogni conto risalente ai presunti triffatori) e soprattutto di procedere per truffa aggravata dal rilevante danno patrimoniale e per appropriazione indebita.

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