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In Puglia e Basilicata

la manovra

Lecce, s’affaccia lo spettro del «dissesto» al Comune

salvemini sindaco di lecce

«La Ragioneria non ha dato il via libera alla richiesta di 30 milioni annui per 10 anni»

03 Luglio 2022

Emanuela Tommasi

LECCE - Si riaffaccia lo spettro del «dissesto» a Palazzo Carafa. Lo dice senza mezzi termini il sindaco Carlo Salvemini in una comunicazione inviata l’altro ieri ai consiglieri comunali. A mettere in difficoltà il Comune di Lecce - attualmente in pre dissesto - la modifica di un emendamento dell’Associazione nazionale comuni italiani al cosiddetto «Decreto Aiuti», nel passaggio al Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Un imprevisto che procura grattacapi anche a tanti altri Comuni in predissesto, in Italia, ma che, nello specifico delle casse di Palazzo Carafa, sembra vanificare la delibera approvata in consiglio comunale il 15 giugno scorso.
Il sindaco, dunque, ha inviato ai consiglieri «un aggiornamento importante». «È stato convertito il Decreto Aiuti - dice Salvemini - L’emendamento Anci sull’articolo 43 è stato pesantemente corretto nel passaggio al MEF, con esiti un poco incongruenti. Nella sostanza, è saltato il termine di un anno di proroga per la presentazione dei piani riformulati in caso di accordo con il Governo. Si è individuato un criterio diverso: 120 giorni dalla scadenza di presentazione prevista per la presentazione del piano riformulato alla Corte dei Conti».

La riformulazione si era resa necessaria perchè, nel dicembre scorso, la Sezione regionale di Controllo della Corte dei Conti di Puglia aveva deliberato di «non approvare il piano di riequilibrio finanziario adottato dal Comune di Lecce con deliberazione numero 1 del 7 gennaio 2019». Secondo la giustizia contabile, «la manovra di risanamento pluriennale presentata per scongiurare il rischio del dissesto “non risulta proporzionata alle problematiche finanziarie esistenti ed idoneo al risanamento finanziario dell’Ente”».

Da qui la decisione del sindaco di fare ricorso alle Sezioni Riunite della Corte dei Conti. L’udienza dovrebbe tenersi il 14 settembre prossimo. E qui torniamo alla novità dell’altro ieri. «Per noi significa questo - dice Salvemini ai consiglieri - Avremmo dovuto presentare il piano riformulato il 29 luglio. Adesso, con il Decreto Aiuti approvato, quel termine, in caso di accordo con il Governo, slitta al 29 novembre 2022, e non, come avevamo richiesto, al 2023».
Non è finita. «Inoltre, la commissione tecnica deve chiudere l’esame dei Comuni entro il 30 settembre - spiega il primo cittadino - e procedere alla sottoscrizione entro il 15 ottobre. Questo significa, che con delibera di indirizzo del consiglio comunale (quella del 15 giugno scorso, ndr) siamo “coperti” per l’udienza davanti alla Sezioni Riunite, anche se non firmiamo per quella data».

Ma, per il sindaco, restano le incongruenze, e, dunque, le preoccupazioni. «Il patto con il Governo mi “scuda” per due anni dalla dichiarazione di dissesto - chiarisce - Se non riformulo il piano o se la Corte dei Conti decidesse di bocciare il piano riformulato, assisteremmo ad una sorta di “dissesto differito”, un novità assoluta nel nostro ordinamento».
Questi i punti che Salvemini dice essere di perplessità ma che fanno impensierire. E c’è dell’altro. «La Ragioneria (dello Stato, ndr) non ha, per il momento, dato il via libera alla richiesto di un contributo di 30 milioni annui per 10 anni, come da richiesta Anci come forma di sostegno agli enti che aderiscono al Patto - dichiara - Una richiesta motivata, pur nell’evidente differenza di importi, per garantire parità di riconoscimento ai capoluoghi rispetto alle città metropolitane».

È evidente che la mancata conferma dei 30 milioni di contributi, nei quali il Comune confidava, potrà procurare problemi di gestione economica anche e soprattutto dei servizi essenziali. Si parla di un nuovo decreto che potrebbe intervenire entro luglio per porre qualche rimedio alle situazioni più difficili. Ma è solo un’ipotesi, sulla quale, almeno oggi, non si può fare affidamento. Di certo, al momento, c’è questa nuova pesante tegola sul Municipio del capoluogo e, di conseguenza, sulle teste (e nelle tasche) dei cittadini leccesi.

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