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Aids a Lecce: è allarme tra i giovani un nuovo contagio a settimana

A gennaio 2019 registrati quattro casi. L’età media tra 20 e 30 anni

Aids, niente privacy sui modulii malati rinunciano alle cure

LECCE - Allarme Aids tra i giovani leccesi. I nativi digitali non lo conoscono e rischiano di non evitarlo. Scompare la trasmissione per i tossicodipendenti, i nuovi casi hanno contratto l’infezione solo per via sessuale.
«Questa patologia è sottovalutata dai giovanissimi, pensano erroneamente di essere al sicuro. Sono male informati». A lanciare il grido d’allarme è Anacleto Romano, direttore del reparto Malattie infettive dell’ospedale Vito Fazzi di Lecce.
In Puglia la provincia di Lecce è seconda solo a Bari per numero di pazienti in trattamento che hanno contratto il virus Hiv. Solo a gennaio del 2019 la Asl di Lecce ha registrato 4 nuovi casi, in pratica uno a settimana. In provincia di Lecce sono ben 550 i pazienti seguiti per l’infezione da Hiv. Tra i 20 ed i 30 anni la fascia d’età più colpita.
«Si è abbassata troppo la guardia nei confronti della prevenzione» prosegue Romano sottolineando come questo si traduca in aumento della diffusione del contagio. Dal 2015 ad oggi si è registrato un costante incremento dei casi, ad esclusione solo per il 2018.

Nel 2015 la Asl ha registrato 25 nuovi casi; nel 2016 sono stati registrati 30 nuovi casi, da questa data la Asl ha accorpato anche il centro di Galatina, quindi i dati del Vito Fazzi comprendono quelli dell’intera provincia. Nel 2017 il numero di nuovi casi è salito a 37, sempre secondo i dati forniti dal dipartimento di malattie infettive della asl. Solo nel 2018 si è registrato un decremento con 24 nuovi casi, ma nel gennaio del 2019 già quattro persone hanno ricevuto la brutta notizia della diagnosi.
I numeri parlano chiaro: «i giovani sono male informati, non è una malattia che può essere guarita come molti pensano, può essere controllata, ma la terapia dura tutta la vita». Il direttore del reparto di malattie infettive del Fazzi sostiene inoltre l’urgenza di divulgare le regole base della prevenzione, «bisognerebbe parlarne nelle scuole, i giovani, soprattutto gli adolescenti vanno messi in guardia. Perché una volta che si contrae l’infezione purtroppo uno si deve controllare per tutta la vita. I tossicodipendenti sono quasi del tutto scomparsi. Si tratta di infezioni trasmesse per via sessuale, omosessuale, ma anche eterosessuale e quasi sempre i soggetti sono molto giovani».
In questi anni infatti la Asl ha riscontrato il virus anche in due minorenni. «Si dovrebbe intervenire più che a livello locale a livello ministeriale cioè così come è stato fatto negli anni 90’, con una campagna massmediatica a tappeto», rincara la dose lo specialista.

Questi pazienti sono seguiti prevalentemente in day hospital. È quasi diventata una malattia cronica, grazie alle nuove terapie non è più mortale come una volta. Ma «è importante fare capire ai giovani che è vero, la malattia si controlla, ma non si cura, il virus non viene mai eradicato, se si sospende la terapia il virus riparte e riprende a fare danno» spiega sempre il primario soffermandosi anche a delineare il profilo dell’organizzazione del suo reparto «ci stiamo un po’ riorganizzando per l’infezione da Hiv. Stiamo dedicando tutto un settore ambulatoriale per questa patologia; abbiamo istituito una sala prelievi, una sala d’attesa e due ambulatori e dovremo anche inserire una sorta di counseling per supportare i pazienti anche in questo senso. Abbiamo un numero verde per chi vuole fare il test in maniera anonima, dal lunedì al venerdì. Chiunque valuti di essere stato esposto al rischio del contagio, può rivolgersi a noi. Dopo un breve colloquio con lo specialista, che valuta l’opportunità o meno di effettuare lo screening in base alla situazione di rischio, sarà sottoposto gratuitamente al test».
I nuovi casi di contagio tra i tossicodipendenti quindi sono veramente pochi, invece le infezioni trasmesse per via sessuale, sempre secondo le dichiarazioni del primario, sono nettamente prevalenti, ma il generale abbassamento della guardia, della consapevolezza del rischio registrata da questa tendenziale mancanza di protezioni e di precauzioni sta predisponendo ad una maggiore diffusione del contagio: «La maggior parte arriva in reparto dopo aver avuto rapporti a rischio chiedendo di effettuare il test. Ma vengono in ospedale sulla base di informazioni frammentate che si passano tra loro». Insomma ammonisce il primario: «bisogna ricordare che l’hiv esiste, il virus è in circolazione: avere rapporti promiscui con persone sconosciute o avere più partner sono condizioni a rischio che aumentano la possibilità di contrarre l’infezione». 

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