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Parla Vincenzo Zara

Unisalento, Rettore: «Immatricolazioni in crescita»

La facoltà di Medicina potrà avere ricadute positive sul territorio

Unisalento, Rettore: «Immatricolazioni in crescita»

Un deciso incremento delle immatricolazioni, soprattutto negli ultimi due anni, e sbocchi occupazionali, nel territorio, ancora lontani rispetto ad altre zone d’Italia e d’Europa. È un bilancio in chiaro-scuro quello che tira Vincenzo Zara, rettore dell’Università del Salento, nella fase finale del suo mandato. Intanto, indica al suo successore due priorità da perseguire: il reclutamento del personale e l’istituzione del corso di laurea in Medicina.


Rettore, quali sono gli obiettivi ai quali sta puntando, in chiusura del suo mandato?
«Negli ultimi nove mesi che abbiamo davanti porteremo a compimento attività iniziate da tempo, e che sono nella scia dei risultati raggiunti nel corso degli scorsi cinque anni. Tra i più importanti, la ripresa delle immatricolazioni, risultato fondamentale alla luce del fatto che gran parte dei finanziamenti vengono distribuiti sulla base del “costo standard” per studente: dunque, quanti più studenti ci sono tanto maggiori sono le risorse assegnate. Inoltre, una forte attenzione sull’edilizia e sulla manutenzione degli edifici al fine di assicurare condizioni di studio e di lavoro dignitose e confortevoli».


Come spiega l’incremento delle immatricolazioni?
«Credo sia dovuto a diversi fattori. Intanto, aver attivato nuovi corsi di studio: il Dams in ambito umanistico, nell’ambito dell’Economia corsi come Manager del turismo e Management digitale, Viticoltura ed Enologia e Scienze motorie e dello sport in ambito tecnico-scientifico. Poi abbiamo attivato “Governance euromediterranea delle politiche migratorie”, un corso di laurea magistrale che coglie un’esigenza formativa: quella di preparare profili professionali indirizzati alla gestione delle politiche migratorie. Prim’ancora, avevamo attivato Scienze della formazione primaria, il corso di laurea che prepara i futuri insegnanti della scuola primaria e dell’infanzia. Si tratta di corsi che, per varie ragioni, hanno una forte attrattività. Un altro fattore importante è il continuo miglioramento dei percorsi formativi sia sotto la spinta del sistema di accreditamento ministeriale sia per gli interventi adottati nei singoli corsi di studio con la collaborazione degli studenti».


Di che incremento parliamo?
«Nello scorso anno accademico 2017-2018 abbiamo avuto un aumento dell’11 per cento delle immatricolazioni, e in questo anno accademico 2018-2019 un ulteriore incremento di circa il 10 per cento. Un incremento complessivo di oltre il 20 per cento in due anni, in un contesto che vede anche un calo demografico e la “fuga” di tanti studenti verso il Nord, è un risultato davvero importante».
L’attrattività è in ambito locale o si riesce a richiamare studenti da altre regioni?
«I nostri studenti sono prevalentemente salentini, di Lecce, Brindisi e Taranto, ma abbiamo incrementato anche il numero degli studenti internazionali, sia per esperienze come gli scambi Erasmus, sia grazie ai nostri corsi che rilasciano titoli di studio doppi o multipli. Stiamo lavorando per maturare un’attrattività più ampia, di natura extra regionale. Combattiamo con difficoltà legate al contesto socio-economico, soprattutto legate alle opportunità di lavoro. La nostra situazione è molto diversa rispetto ad altri contesti, per esempio quelli del Nord. È evidente che gli sbocchi occupazionali sono una motivazione fondamentale che sposta gli studenti altrove. Ulteriori difficoltà da superare sono legate ai collegamenti, talvolta proibitivi anche dal punto di vista dei costi».


Il Presidente di Confindustria, Giancarlo Negro, ritiene che qui ci siano quattro mondi che ancora non dialogano: scuola, università, formazione professionale e mondo dell’impresa.
«Occorrerebbe in effetti un dialogo più efficace tra queste realtà. Proprio con Confindustria stiamo portando avanti un progetto congiunto in questo senso, per un più organico contatto tra UniSalento e imprese locali. Sono quindi d’accordo con Negro sull’idea che occorra integrare anche la scuola ma è essenziale anche la politica».
Quali novità sul fronte delle assunzioni in Ateneo?
«Siamo riusciti a riprendere il turn over del personale, con nuove assunzioni dopo numerosi pensionamenti. Inoltre, tra il personale tecnico-amministrativo, abbiamo “trasformato” 17 contratti da tempo determinato a indeterminato sfruttando un’opportunità prevista dalla Legge Madia e utilizzando oculatamente le risorse. Per quando riguarda i ricercatori, abbiamo bandito assunzioni per i ricercatori a tempo determinato di tipo B sulla base di fondi dedicati da parte del Miur. D’altra parte, ciò ha generato tensioni con i ricercatori a tempo indeterminato, figure che risalgono a prima della legge Gelmini, che non hanno le stesse opportunità dei ricercatori di tipo B. Il fronte è molto complesso, e il recente Decreto Ministeriale 873/2018 lo ha reso ancor più complesso. Ci sono stati assegnati 14,09 “punti organico”, cioè “possibilità assunzionali”, sulla base dell’Indicatore delle spese per il personale e dell’Indicatore di sostenibilità economico-finanziaria (Isef). Questi criteri, assieme all’eliminazione della soglia massima per l’assegnazione di punti organico al singolo Ateneo, di fatto penalizzano chi come noi ha deciso di non aumentare la contribuzione studentesca».


Quali opportunità avete colto, dal punto di vista dei finanziamenti, e quali ancora ci sono?
«Le Università vengono finanziate in funzione dei servizi che rendono: la didattica, le attività di ricerca, quelle di terza missione eccetera. Fino a qualche anno fa, il meccanismo di finanziamento era essenzialmente su base storica. Ora, invece, è in base al numero delle immatricolazioni, dei prodotti della ricerca, delle ricadute sul territorio. Il punto dolente è che tutte le università vengono misurate allo stesso modo, con parametri uguali in tutt’Italia, indipendentemente dal territorio in cui si opera. Comunque, anche in questo contesto difficile, abbiamo recentemente recuperato più Ffo rispetto alle previsioni di bilancio, più fondi per la mobilità internazionale, e, infine, abbiamo anche un “Dipartimento di eccellenza”, quello di Scienze e tecnologie biologiche e ambientali, che ha “recuperato” circa otto milioni di euro in cinque anni».


Gli impegni per il futuro prossimo?
«Mi impegnerò soprattutto sul fronte del reclutamento, e mi auguro che per il futuro chi verrà dopo continui nel solco».
A che punto è il percorso per il corso di laurea in Medicina?
«Abbiamo avviato il discorso, mettendo intorno a un tavolo tutti gli interlocutori che si sono espressi favorevolmente. È un risultato inedito rispetto al passato. Abbiamo l’appoggio dell’Ordine dei Medici, della Asl, del Comune di Lecce e dell’Università di Bari che è il partner fondamentale con il quale già si lavora assieme. In Consiglio d’Amministrazione è stato evidenziato un problema di sostenibilità. Vale a dire, l’istituzione di Medicina non dovrà far “soffrire” gli altri corsi di laurea in termini di risorse. Si è quindi deciso di chiedere un sostegno alla Regione, sulla scia di quanto la Regione ha già fatto per le Università di Bari e di Foggia. I primi segnali positivi ci sono, ma è importante è che lo slancio iniziale non si fermi».


L’appello è rivolto al suo successore?
«Sì, anche. Sono convinto che avviare Medicina abbia ricadute positive a livello accademico e sul territorio».
Che rapporto ha con gli studenti?
«Improntato al rispetto reciproco. Devo dire che nella maggior parte dei casi c’è stato e c’è un dialogo molto costruttivo».
Studenti ed Europa. Antonio Megalizzi, morto dell’attentato di Strasburgo, voleva una radio europea per gli universitari. A Lecce la proposta è stata accolta e rilanciata da Alberto Maritati, già magistrato e senatore, ricevendo significative adesioni.
«Ho parlato con il Rettore di Trento. Mi sembra una buona iniziativa, non solo per il ricordo dello sfortunato studente ma anche per l’idea che sottende. Io credo che l’Europa conti soprattutto dal punto di vista dei valori, della collaborazione, dell’aiuto reciproco, del crescere insieme, di essere più forti se si fa rete, credo che questo sia un messaggio politico cruciale. Ne sono certo anche perché, da un po’ di tempo, frequento più assiduamente gli ambienti europei. Esiste infatti uno “Spazio europeo dell’istruzione superiore”, su base governativa, al quale contribuiscono esperti di 48 Paesi, sia membri dell’Unione europea che extra europei. Punti di vista diversi aiutano a crescere».


In questo momento, c’è una priorità di confronto?
«Sì, riguarda la coerenza tra il titolo di studio e le competenze richieste dal mondo del lavoro, si discute quindi di “skill mismatch”, il disallineamento tra quello che l’Università dà e quello che il mondo del lavoro chiede. La sfida è nell’assicurare agli studenti conoscenze e competenze utili per il mondo del lavoro, promuovendo anche lo sviluppo di un sapere critico e di una autonomia di giudizio che sono la base per la libertà individuale e per l’esercizio della democrazia, intesa come diritti e doveri di ciascuno di noi».

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