Se il referendum, infatti, è stato bocciato dagli elettori - la percentuale dei votanti si è fermata al 26,49 contro il 33,33 più uno necessario per la validità -, il nodo dell'arrivo in Sardegna di rifiuti da utilizzare come materie prime nei processi industriali delle aziende dell'Isola è tutt'altro che sciolto. Con un tasso di disoccupazione che sfiora il 18%, la Sardegna non può permettersi di arretrare ancora sul fronte del lavoro. Ma è altrettanto indiscutibile che è sulla tutela dell'ambiente che la regione si gioca le sue prossime chance di sviluppo.
La campagna referendaria è stata aspra, e non poteva essere diversamente, tanto più che il territorio investito dai possibili effetti del referendum è quello del Sulcis, già falcidiato dalla crisi industriale: qui ha sede la Portovesme srl, l'azienda che lavora i fumi di acciaieria (le cosiddette scorie importate) per produrre piombo e zinco, e che ha minacciato la chiusura con l'espulsione di 1500 lavoratori in caso di vittoria dei sì. Ed è lo stesso territorio che ha già pagato un prezzo pesante in termini ambientale, ma anche di salute dei cittadini, per il suo passato minerario, per la presenza di industrie potenzialmente inquinanti e la concentrazione di servitù militari - con in testa il Poligono di Capo Teulada - ora al centro di un braccio di ferro tra la Regione e il Governo.
Una miscela "esplosiva" che il referendum, forse, non poteva depotenziare e che adesso ha accelerato - paradossalmente proprio per il fallimento del quorum -, quel processo politico, di "governo" dello sviluppo sostenibile che per la Sardegna del futuro non può più essere uno slogan. Su questo concordano maggioranza e opposizione, sindacati e industriali, che per la prima volta, in questa tornata elettorale, si sono trovati uniti sul fronte del no: certo le ricette sono differenti, ma il confronto è aperto e le soluzioni, seppur mediate, dovranno essere condivise.
Chi non crede ai compromessi è Bustianu Cumpostu, "irriducibile" leader indipendentista di Sardigna Natzione, tra i promotori del referendum abrogativo. «Hanno vinto i poteri forti - denuncia -, la lobby economica sindacale e industriale, insomma il business che sta dietro allo smaltimento di scorie camuffate da materie prime. Ma noi - promette - non ci arrenderemo: siamo quattro mosche, ma quattro mosche molto dure a morire».
Roberta Celot
















