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«Ex Ilva, senza chiarezza questo decreto è inutile»

«Ex Ilva, senza chiarezza questo decreto è inutile»

Palombella (Uilm): bisogna decidere ancora il modello produttivo

09 Agosto 2022

Fabio Venere

TARANTO - «Il decreto Aiuti bis per l’ex Ilva rischia di essere inutile e tardivo». Rocco Palombella, segretario nazionale della Uilm, prima di salire ai vertici del sindacato dei metalmeccanici della Uil ha lavorato proprio in quella fabbrica. La conosce bene.

Segretario, perché è perplesso sul decreto governativo che autorizza l’agenzia Invitalia ad immettere sino ad 1 miliardo di euro in Acciaierie d’Italia? Così non ci sarà più liquidità? E questo non va incontro anche alle richieste degli stessi sindacati?

«In parte. E poi, non c’è ancora molta chiarezza sulle modalità con le quali potranno essere utilizzate queste risorse. Ad esempio, si tratta di una ricapitalizzazione? Bene, se è così i tempi rischiano di essere lunghi visto che è davvero difficile immaginare che il socio di minoranza (lo Stato, di fatto) possa aumentare il capitale sociale senza l’accordo con quello di maggioranza (Arcelor Mittal)».

Quali rischi intravede all’orizzonte?

«Senza chiarezza sul futuro, questi soldi saranno bruciati così come accaduto con quelli precedentemente stanziati».

E allora, quali dovrebbero essere gli obiettivi?

«L’investimento di un miliardo con garanzia statale deve avere come obiettivi primari il rientro al lavoro dei 3mila dipendenti attualmente in Cig, la salvaguardia occupazione dei 1.700 in Ilva As come previsto dall’accordo del 2018, importanti investimenti sulla sicurezza degli impianti e il pagamento delle aziende dell’indotto».

Già, gli operai.

«I lavoratori stanno pagando il peso più grande di queste difficoltà. Ci sono 1.700 in amministrazione straordinaria, 3mila dipendenti in cassa integrazione e altrettanti nell’indotto, che è alle prese con gravi ritardi dei pagamenti. Quindi stiamo parlando di 8mila lavoratori in cassa integrazione tra diretti e indiretti. Tutto questo rischia di far esplodere una bomba sociale e ambientale senza precedenti».

Quando parla di chiarezza sul futuro, a cosa si riferisce particolarmente?

«La vicenda dell’ex Ilva è emblematica visto che è il simbolo di come, in questo Paese, manchi da almeno 25 anni una seria politica industriale. E di questo, se ne pagano le conseguenze. A cosa mi riferisco? A proposito dello stabilimento siderurgico di Taranto mi pare che, ad oltre dieci anni dal sequestro dell’area a caldo e, nonostante i 14 decreti cosiddetti salva Ilva, non si sappia ancora quale sia il futuro modello di produzione. Non si sa. E questo è assurdo».

Beh, la strada maestra tracciata sembra quella della decarbonizzazione.

«A parole. Nei fatti, non c’è nulla. La fabbrica può essere decarbonizzata con gli impianti in marcia, ma bisogna iniziare a fare i progetti. Non ce n’è traccia».

Quante risorse finanziarie ci vorrebbero per decarbonizzare l’ex Ilva e quanto tempo servirebbe per eseguire i lavori?

«Ci vorrebbero tre - quattro anni. Per quel che riguarda le risorse, si può giocare la carta del Pnrr ma senza i progetti i soldi mica piovono dal cielo. In realtà, tutto questo dibattito che si fa sul nuovo modello produttivo è spesso inconsistente».

In che senso?

«La discussione in corso non tiene conto della realtà di mercato e impiantistica dello stabilimento. Mi spiego. Si può arrivare ad avere 2 forni elettrici che producono 2,5 milioni di tonnellate all’anno ciascuno e un forno tradizionale per riequilibrare un po’, ma senza rinunciare all’area a caldo. Chi propone la chiusura dell’area a caldo, di fatto, chiede la chiusura della fabbrica».

Perché?

«Senza l’area a caldo, il sito di Taranto sarebbe costretto ad acquistare le bramme dall’esterno. E a quali prezzi? E soprattutto da chi? Sarebbe antieconomico. E poi, c’è un altro aspetto importante».

Quale?

«Le industrie siderurgiche sono energivore. Bene, mi chiedo davvero come si possa pensare che Acciaierie d’Italia diventi totalmente elettrica visto che se si introducessero i forni elettrici bisognerebbe poi lavorare con il preridotto, quindi consumando energia e gas. Il tutto, avverrebbe poi in un periodo storico in cui i costi di energia e gas sono aumentati tra il 300 e il 400 per cento. Sarebbe, mi chiedo e chiedo, economicamente sostenibile?».

Ma l’emissione di sostanze inquinanti verrebbe così ridotta e la qualità dell’aria migliorerebbe. È d’accordo?

«Anche lasciando l’area a caldo, con l’introduzione di due forni elettrici e di un forno tradizionale ristrutturato il miglioramento ci sarebbe eccome. Ma, d’altro canto, restano le incognite che ho evidenziato prima».

Il tutto avverrebbe, quindi, tra tre - quattro anni. E nell’attesa che accadrà?

«E chi lo sa? E questo è il nodo drammatico da sciogliere. Se quel miliardo di euro stanziato, nei giorni scorsi, dal Governo in favore di Invitalia non dovesse essere facilmente e immediatamente spendibile, ci sarebbero presto gravi problemi di liquidità per l’acquisto delle forniture e delle materie prime».

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