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In Puglia e Basilicata

L'intervista

Politiche, Emiliano non si candida: «Resto per la mia Puglia»

Politiche, Emiliano non si candida: «Resto per la mia Puglia»

Il governatore a tutto campo: non temo le destre, mi preoccupano i fondi del Pnrr. La questione meridionale è un pensiero fisso. Lo Stato usa due pesi e due misure 

28 Luglio 2022

Leonardo Petrocelli

La certezza che rimanere in Puglia sia una mossa «doverosa», oltre che necessaria, i timori per i fondi del Pnrr e quella rivincita personale sul tanto avversato allargamento ai mondi civici. Oltre all’auspicio che l’alleanza tra Pd e M5S possa rinsaldarsi anche nei palazzi romani. È un Michele Emiliano a tutto campo quello che risponde alla «Gazzetta» dopo l’annuncio di non voler saltare sul treno elettorale per il Senato.

Presidente Emiliano perché alla fine ha deciso di non candidarsi?
«Perché devo portare a termine il mandato ricevuto dai pugliesi, la responsabilità e l’onore più grandi mai ricevuti in vita mia. Mancano ancora tre anni e stiamo seguendo dei dossier importantissimi come il polo dell’idrogeno a Taranto e la costruzione di cinque grandi nuovi ospedali. Devo finire il lavoro e posso fornire, dalla Puglia, un contributo migliore di quello che potrei dare in un ruolo diverso. E poi, onestamente: chi mai vorrebbe andarsene da qui?».

Ma c’è anche un tema di «presidio» dei territori da parte del centrosinistra in vista, sondaggi alla mano, di una possibile vittoria delle destre?
«Guardi, in tutta sincerità io non ho paura di un premier, magari di destra, che però venga democraticamente eletto e che rispetti la Costituzione. Non ho nulla da temere. Certo, può accadere che abbia idee diverse dalle mie anche in materie fondamentali. Dunque, rimanere qui significa oltretutto tener fermi questi valori, queste idee, questi principi».

In particolare di cosa parliamo? Decarbonizzazione e sicurezza?
«Siamo una comunità pacifica, coesa, accogliente, europeista, che sa innovare. Non possiamo tornare al passato. Certo, c’è il tema delle energie fossili a fronte dei progetti che stiamo sviluppando e del primato conquistato nella produzione di energie pulite. Ma non è solo questo: penso al reddito di dignità, all’antimafia sociale in opposizione all’idea di una sicurezza chiusa, ai diritti inviolabili delle persone: identità di genere, orientamento sessuale, libertà religiosa. Di tutto questo abbiamo fatto anche un elemento di crescita economica oltre che di felicità collettiva».

Questo sguardo proiettato in avanti ha a che fare con la possibilità dell’ormai celebre terzo mandato?
«Il dibattito sul terzo mandato va chiuso subito perché non esiste. Noi abbiamo costruito una squadra bellissima, plurale, aperta alle nuove generazioni, lanciando giovani sindaci e ottimi amministratori. Si figuri che nel 2009, quando il centrodestra ripresentò Di Cagno Abbrescia, candidato fortissimo e amatissimo, io ero pronto al passo indietro se fosse stato utile. Ho sempre creduto nelle primarie e nella partecipazione dal basso come strumento per selezionare le candidature e perfino i programmi. Ho sempre giocato di squadra e non cambierò mai questo approccio».

Non va a Roma, d’accordo. Ma non pensa di poter proiettare sul territorio nazionale una leadership «meridionale»?
«La questione meridionale che ancora ci affligge è un pensiero fisso. Non c’è una sede istituzionale o un dibattito pubblico nei quali io non parli della disparità Nord-Sud che subiamo ancora oggi in maniera macroscopica perché lo Stato nazionale fa due pesi e due misure, non ho paura di dirlo. Noi abbiamo decine di migliaia di medici, infermieri e operatori sanitari in meno rispetto al Nord a parità di popolazione e da Roma non ci autorizzano a colmare questo divario. Lo Stato ci trasferisce meno risorse basandosi sulla spesa storica, come sempre accaduto, e non sui livelli essenziali delle prestazioni. Stesso discorso per infrastrutture e trasporti. Se a Milano o Torino ci fosse una situazione come quella di Taranto, con il diritto alla salute sospeso da anni per legge, cosa succederebbe?»

E dunque?
«Dunque non c’è bisogno di una leadership sola ma di una alleanza tra meridionali che parlino a Roma con un’unica voce a testa alta per cambiare la storia. È la lezione dei grandi meridionalisti».

Veniamo al civismo, non solo come tema elettorale ma soprattutto politico. Lei è stato spesso attaccato, anche nel centrosinistra, per le sua aperture, talvolta audaci. Ora apprendiamo che il Pd lancia l’idea di una «gamba» civica per lo schieramento. Aveva ragione lei?
«Una delle cose che spesso mi sono sentito dire è di aver previsto le cose troppo in anticipo sui tempi della politica. Ebbene, dal 2004 in Puglia si sperimenta il ruolo dei civici nella coalizione progressista. E questo ruolo è stato determinante, ci ha consentito di governare in tutti questi anni e da tempo ho proposto di lavorare a una lista civica nazionale alleata del Pd dove far confluire l’energia che arriva dai territori».

Il momento è giunto a quanto pare...
«Se questa consapevolezza è davvero maturata e il civismo viene inteso per quello che realmente è, cioè un valore aggiunto, non posso che essere felice e mi impegnerò a favorire questo processo di dialogo sperando avvenga su programmi condivisi. Però il Pd deve capire una cosa...».

Cioè?
«Non può pretendere che le liste civiche siano ancillari rispetto alle sue esigenze. Bisogna avere un rapporto paritario perché l’egemonia non si crea con l’assoggettamento ma si sviluppa diventando guida del civismo, non chiamandolo a intermittenza solo quando c’è bisogno e lasciandolo a casa quando ci sono poche poltrone da assegnare».

Ecco, a proposito di poltrone, cioè di candidature, spingerà verso Roma personalità civiche a lei vicine?
«Spero che il Pd nazionale apra innanzitutto le sue liste alle realtà civiche più rappresentative dei territori, non solo nei collegi plurinominali ma anche nelle liste bloccate. Mi riferisco, in particolare, alle realtà presenti in Consiglio regionale che hanno dato una mano straordinaria nella vittoria del 2020. La mia rinuncia alla candidatura al Senato rende possibile questo inserimento».

Qualche nome?
«I nomi non spettano a me. A me spetta dire che lo spazio, per qualcuno che rappresenti il nostro modello di Governo, ora c’è. E soprattutto se il Pd vuole i voti di queste persone qualcosa la dovrà pur fare».

Decaro, nel frattempo, ha scelto come lei di non candidarsi.
«Sicuramente una scelta giusta. Ne avevamo parlato convenendo sull’importanza di concludere i nostri rispettivi compiti. Ha scritto un post molto bello in cui ha sancito la propria immedesimazione con la città di Bari. Dopo il secondo mandato potrà fare tutto e ogni cosa andrà vissuta e maturata insieme ai cittadini con il metodo che abbiamo sempre utilizzato. Ho solo una certezza: qualsiasi sfida affronteremo in futuro saremo uno al fianco dell’altro con un sentimento che nemmeno la durezza della politica è riuscita a scalfire».

Capitolo alleanze: lei è sempre stato un convinto sostenitore dell’accordo con il Movimento 5 Stelle che, però, a Roma è saltato. Ma in Puglia? Si tira dritto?
«Mi sono molto speso per convincere il Pd a creare l’alleanza con il M5S. Ora, per motivi che considero accidentali, l’intesa è saltata. E dunque possiamo dire che la Puglia è davvero un laboratorio: quello che è successo a Roma non scalfisce minimamente l’azione del nostro governo regionale che vede nell’alleanza centrosinistra-5 Stelle un punto fermo, basato su programmi chiari e legami umani veri. Ormai siamo diventati anche amici. Auspico per il futuro che questo grande patrimonio politico e umano che è il Movimento rimanga dentro il fronte progressista per tutelare i valori che ci sono comuni. Finite le elezioni, le condizioni per riprendere il cammino ci sono tutte».

E del nuovo centro di Renzi e Calenda, questo sì possibile alleato del Pd, cosa ne pensa? Non sono propriamente suoi amici...
«In politica non esistono i risentimenti, esiste sempre il futuro. Avere un programma condiviso prima del voto, senza inventarsi nulla dopo, è fondamentale».

D’accordo, ma come la mettiamo, ad esempio, con l’ex Ilva?
«È uno di quei temi che hanno diviso me, Renzi e Calenda. Ma quello della transizione energetica e della decarbonizzazione è diventato il perno delle politiche europee e mondiali. Ancora una volta la Puglia aveva ragione. E sono pronto, su queste nuove basi, a qualsiasi tipo di alleanza perché il Pnrr, che tutti condividono, è fondato sulle cose che qui si dicevano al tempo delle polemiche».

A proposito del Pnrr è preoccupato dagli effetti che potrebbe produrre la crisi sul percorso di impiego dei fondi?
«Ero preoccupato anche prima della crisi di governo perché avevo segnalato l’anomalia di impegnare “al ribasso” le Regioni, gli enti più efficienti in Italia dal punto di vista della spesa. Ora la preoccupazione è altissima perché c’è il rischio che quei ministeri, sui quali si era puntato per l’impiego dei fondi Por ed Fsc, siano bloccati dall’ordinaria amministrazione alla quale è consegnato il governo. È ovvio che la capacità di spesa di quest’ultimo subirà un rallentamento. In particolare, in riferimento al Pnrr, c’è il nodo degli interventi infrastrutturali nel Mezzogiorno, particolarmente complessi, che rischiano di saltare con contraccolpi sull’economia generale del Paese».

Per quanto riguarda i fondi europei?
«Il negoziato per l’attribuzione all’Italia si è chiuso in ritardo e si deve ancora procedere all’attribuzione formale dei Por alle Regioni. Contestualmente, il Governo deve anche andare avanti con le risorse Fsc. Per la Puglia parliamo di 12 miliardi. Bisogna farla subito, se la rimandassero al dopo insediamento del nuovo esecutivo i territori potrebbero avere enormi difficoltà a cominciare dagli assegni di cura e dagli aiuti alle imprese».

Torniamo alla contesa elettorale: qual è l’errore che il centrosinistra non deve commettere?
«Mi viene in mente la finale di Wembley dell’anno scorso. Tutti ci davano per sconfitti e io dicevo: nessuna partita è persa prima di essere giocata. Non dovrebbe succedere ma se succede ci divertiamo. I pronostici per il fronte progressista attualmente non sono buoni ma può succedere qualsiasi cosa. Il primo consiglio che darei a Letta è: niente panico, il panico non fa ragionare».

E il secondo?
«Non polarizzare il dibattito come se si trattasse di una battaglia fra bene e male. Non dobbiamo nascondere tutte le azioni che potevamo realizzare meglio. L’autocritica non è vietata in campagna elettorale. Il Pd deve ricordarsi di poter raccontare una storia straordinaria, nata dalla Resistenza ma evoluta in un confronto politico non solo sul fascismo, ma anche su innovazione e apertura. Questo siamo noi. Una forza autorevole che non discute l’euro né la Nato ma resta al fianco dei popoli oppressi come quello ucraino».

Infine, presidente, lei non vuole abbandonare la sua Puglia, ma questa fermezza vale anche per le vacanze?
«Non mi muovo. Le vacanze saranno brevissime, a cavallo di Ferragosto, ma di certo in Puglia anche perché il mio nipotino Enea è qui e non posso nemmeno immaginare di andarmene».

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