Lunedì 08 Agosto 2022 | 12:37

In Puglia e Basilicata

L'intervista

Mantovano: «È caduto un tabù le leggi sulla vita le farà la politica»

Mantovano: «Instabilità e formule ambigue possono far sprecare l'occasione Recovery»

Il vicepresidente del cs Livatino: «Anche Pasolini non avrebbe auspicato un governo dei giudici»

26 Giugno 2022

Michele De Feudis

Alfredo Mantovano, magistrato e vicepresidente del Centro studi Livatino, perché tanto clamore per la sentenza della Corte suprema americana?

 «Fa discutere perché la precedente sentenza, la Roe Vs. Wade del 1973, era considerata non discutibile, una sorta di totem intangibile. Ma L’anomalia non è la sentenza del 24 giugno: l’anomalia è stata per 50 anni proprio la Roe vs. Wade, e le altre decisioni che si sono poste nella sua scia. Esse, infatti, in contrasto con la struttura costituzionale degli Usa, hanno imposto sulla volontà dei Parlamenti dei singoli Stati la decisione di nove giudici, o della maggioranza di essi. La Dobbs v. Jackson di due giorni fa rimette a posto il quadro costituzionale: non spetta alle Corti creare le norme; “il nostro lavoro - si legge nella sentenza - è interpretare la legge”. Spetta invece ai rappresentati del popolo, democraticamente eletti, assumere la responsabilità politica di discutere leggi, soprattutto se impegnative e delicate, e solo dopo se del caso approvarle. È caduto un primo tabù, quello della supremazia della giurisdizione sul potere legislativo».

Che tipo di dibattito culturale e politico ha preceduto questa decisione?

«Negli Usa il dibattito sull’aborto e sull’identità del concepito sono sempre stati accesi. Sono tematiche al centro delle campagne elettorali, nei singoli Stati, per il Congresso e fino all’elezione del presidente. Da Reagan a Clinton, da Bush a Obama, fino a Trump, la posizione sul diritto al vita ha inciso sulla scelta dei giudici per la Corte Suprema: come è noto, la nomina compete al presidente, e la carica dura fino alla morte. Dunque, la Dobbs v. Jackson non spunta per caso, ma viene fuori da un simile contesto culturale. Adesso, caduta l’imposizione dell’unica disciplina dell’aborto in tutti gli Usa, ogni singolo Stato affronterà la materia nel proprio Parlamento: sarà un confronto interessante da seguire, anche a qualche meridiano di distanza».

Cosa cambia in Italia?

«C’è un secondo tabù che la sentenza Dobbs v. Jackson fa cadere, in controtendenza rispetto alla vulgata corrente e agli enunciati dell’Onu e dell’Oms: ed è quando afferma che l’aborto non è un ‘diritto’ riconosciuto dalla Costituzione degli Usa. A differenza di Washington, però, a Roma i due tabù godono di ottima salute. Per fare un paio di esempi, la Corte di cassazione nel 2007, con la sentenza sul caso di Eluana Englaro, ha dettato al Parlamento le linee-guida di quella che sarebbe stata la legge sul testamento biologico, e la Corte costituzionale, muovendosi nel solco proprio di quella legge, la n. 219/2017, ha elaborato nel 2019 - a prescindere dalle Camere - la nuova disciplina del suicidio assistito».

Rimanendo nel mondo letterario, siamo nel centenario di Pier Paolo Pasolini: lo scrittore aveva posizioni che ora definiremmo «pro life».

«Se ci fermassimo al tenore letterale delle sue parole, o almeno di una parte di esse, si troverebbe più coerenza fra la Dobbs v. Jackson e la legge italiana sull’aborto, che fra quest’ultima e la Roe vs. Wade. La 194 non riconosce il ‘diritto’ all’aborto, né formalmente né nella sua articolazione: le sue norme sulla prevenzione/dissuasione offrono alla gestante ‘concrete alternative’ all’interruzione volontarie della gravidanza: se l’aborto fosse un ‘diritto’ non vi sarebbe bisogno di questi percorsi. Anni e anni di applicazione della 194 ci hanno mostrato che il suo esito è l’aborto a richiesta: questo è però accaduto non in virtù di un riconoscimento giuridico, bensì del non avere mai finanziato e attuato una seria prevenzione. Quel che sfugge alla politica italiana di ogni colore è che per prestare ossequio ideologico alla intangibilità dell’aborto a richiesta, accetta di essere commissariata dai giudici: certamente su temi eticamente e socialmente fondanti, ma non solo su di essi, se si condivide nei fatti che l’ultima parola la debbano avere le Corti. Non credo che Pasolini avrebbe auspicato un governo dei giudici. A me francamente spaventa».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

EDITORIALI

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725