l'ex ilva

Il cambio in Regione e il lutto nello stabilimento, la tragica coincidenza che si ripete: ma i pubblici proclami non servono a nulla

Mimmo mazza

Un tragico rito che accomuna Vendola, Emiliano e Decaro: tutti e 3 a pochi giorni dal loro insediamento si sono trovati al cospetto di un incidente mortale. Il mostro di acciaio ha mietuto tante vittime: è più giusto interrogarsi sul perché accadono simili tragedie

Sarà l’inchiesta aperta dalla Procura di Taranto a fare chiarezza sull’incidente che ieri mattina è costato la vita al 47enne operaio originario di Alberobello Claudio Salamida. La vittima mentre stava eseguendo dei controlli ad alcune valvole nel siderurgico sarebbe precipitata per diversi metri all’interno dell’impianto, il convertitore 3 dell’Acciaieria 2. Il lavoratore sarebbe caduto per un buco nel pavimento grigliato.

La formula - aspettiamo il lavoro di magistratura e polizia giudiziaria - è di rito, un tragico rito che accomuna Vendola, Emiliano e Decaro.

Tutti e tre a pochi giorni dal loro insediamento alla guida della Regione Puglia si sono trovati al cospetto di un incidente mortale nello stabilimento siderurgico di Taranto. Il 9 settembre del 2005 Luigi Di Leo, 24 anni, dopo aver finito il suo turno di lavoro stava attraversando il corridoio del capannone Bramme 1. Intorno carrelli elevatori che trasportano l’acciaio lavorato e grosse gru che movimentano i materiali. Luigi non ha il tempo di accorgersi che due di queste, due mostri alti venti metri, si scontrano. Forse un errore, una manovra sbagliata, forse gli impianti di sicurezza fuori uso. Ma quando i due «carroponte» si toccano, si sgancia una trave pesantissima. Luigi non si accorge di nulla. L’acciaio gli piomba addosso. Lo uccide schiacciandolo. Nichi Vendola, da qualche settimana insediatosi al posto di Raffaele Fitto, piomba nel salone della Provincia, luogo di una improvvisata assemblea sindacale e usa parole nette: «Qui ci dobbiamo intendere o ci fermiamo tutti quanti, oppure difficilmente la Puglia democratica e civile potrà accettare che si ripetano giornate così luttuose». Perché «non è accettabile che un ragazzo di 24 anni debba morire e che i lavoratori debbano andare in fabbrica con la paura di non tornare a casa».

Giugno 2015, dieci anni dopo. Michele Emiliano è stato eletto alla presidenza della Regione Puglia e sa che la vertenza Ilva è una delle più delicate che dovrà affrontare tanto da tenere proprio a Taranto la prima riunione della Giunta regionale. Alessandro Morricella perde la vita nell’Altoforno 2, letteralmente bruciato vivo. Emiliano si costerna e si indigna ma il Governo Renzi, via decreto, autorizza l’uso dell’impianto sequestrato dalla magistratura. Ne nasce un conflitto politico tra Emiliano e Renzi ancora non risolto, ne scaturisce un conflitto tra poteri dello Stato risolto dalla Corte Costituzionale che accoglie il ricorso della Procura di Taranto.

Ieri la morte di Salamida a pochi giorni dalla proclamazione di Decaro e con una fabbrica nel frattempo quasi spenta, tra Altiforni da rifare e numerosi impianti da manutenere.

La coincidenza è inquietante ma il mostro di acciaio ha mietuto tante vittime, non solo in occasione del cambio della guardia alla guida della Regione, dunque è più giusto interrogarsi sul perché accadono simili tragedie e su tutto quello che non viene fatto per prevenirle.

Già, la prevenzione. Perché la Procura potrà pure far partire la consueta pioggia di avvisi di garanzia per cercare di risalire alle eventuali responsabilità e reprimere così condotte delittuose ma è sul fronte della manutenzione e dunque della prevenzione che occorre uno sforzo collettivo, concreto e responsabile.

L’Ilva per avere un futuro deve affrontare una complessa transizione industriale, energetica e ambientale. Servono tante risorse e tantissima attenzione; occorre recuperare i ritardi manutentivi determinati da un passato nel quale la manutenzione era solo e soltanto un costo e non invece un obbligo a cui assolvere in un impianto vecchio e in alcune sue componenti decrepito.

Costernarsi, indignarsi, denunciare può servire a sentirsi apposto con la coscienza ma non a dare sicurezza in un luogo che non la fornisce né per l’oggi, né per il domani. L’ora dei fatti è scattata inutilmente da oltre un decennio, i pubblici proclami hanno francamente stancato.

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