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L'editoriale

Senza un sogno non c’è riscatto per il nostro Sud

Senza un sogno non c’è riscatto per il nostro Sud

La «maledizione» di intere generazioni di meridionali è stata il doversi battere per provare a colmare il divario economico, sociale, culturale con il Nord

08 Giugno 2022

Oscar Iarussi

«La sfida è al Sud lo dicono da quando ero piccola». È il commento - chissà se più amaro o più caustico - apparso ieri su un profilo social dove era stata condivisa la prima pagina della «Gazzetta». Lo ha scritto una giovane pugliese, scettica verso le dichiarazioni del segretario del Pd, Enrico Letta, che rilanciava quella «sfida» riferita nel nostro titolo di ieri, o forse rispetto alla politica tutta. Lei non ci crede ed è difficile biasimarla. Il tema non è Letta, ovviamente. La «maledizione» di intere generazioni di meridionali è stata il doversi battere per provare a colmare il divario economico, sociale, culturale con il Nord. Compito storico fallito, a giudicare da tutti i parametri, cominciando dagli indici di lettura che fotografano meglio del Pil le condizioni di un’area geografica: dove si leggono meno giornali e libri, lì c’è meno benessere e più disagio. Lì, cioè qui al Sud, scarseggia la fiducia nel futuro che è il vero capitale sociale da custodire e da incrementare.

Tale «battaglia soda», per dirla con un magnifico libro «garibaldino» di Luciano Bianciardi (1964), nel corso del tempo ha suscitato una frattura esistenziale nei combattenti. Molti di noi, prima o poi, si sono trovati di fronte al dilemma di continuare a combattere o disertare, di restare al Sud o fuggirne (emigrare, più propriamente), di ostinarsi a coltivare una passione politica meridionalistica, per definizione collettiva, o provare a «salvarsi» da soli e altrove. Tutto questo oggi non c’è più. La globalizzazione, ma anche il processo di unificazione europea hanno creato un paradossale sradicamento nella cosiddetta «generazione Erasmus» e nelle successive. Le ragazze e i ragazzi, i nostri figli e nipoti, non si sentono meridionali né europei: sono apolidi legittimamente in cerca di opportunità là dove gli studi, il lavoro, la fortuna le prospettano a ciascuno di loro.

Nel contempo la «questione meridionale» diventava prima una barzelletta da film di successo e quindi declinava fino a scomparire dall’agenda pubblica. Sussiste, caso mai, come «questione criminale», quasi che il Nord non fosse parimenti minacciato dalle mafie che provano a irretire le imprese e le istituzioni nella trama finanziaria e politica dei proventi illeciti.

Insomma, abbiamo un problema. Uno di più. Non soltanto scontiamo l’oltraggio di treni più lenti e ospedali meno efficienti, di scuole malridotte e del lavoro molto più difficile da trovare rispetto al Nord e alle aree europee ex depresse in Irlanda o Spagna. Ora ci tocca pagare anche il prezzo della sfiducia o della rinuncia. Il baco della sconfitta si è impadronito di noi: abbiamo fallito finora, perché mai dovremmo farcela domani? Sì, i miliardi del Pnrr. Sì, l’orizzonte mediterraneo per energia e difesa drammaticamente rilanciato dalla guerra in Ucraina. Sì, l’attivismo di alcune città e università meridionali, Bari in primis. Sì, anzi come no?, la famosa «lezione del Covid»: o insieme o non ce la faremo... Ma crediamo veramente a un riscatto del Sud? Oppure gli affanni di chi può permetterselo son tutti tesi a far studiare i figli a Milano o Londra, sperando sotto sotto che restino lontano da casa? Mentre chi non ha i soldi si limita a sbarcare il lunario e usare il Sudario tra mille difficoltà.

Senza una nuova stagione di tenace speranza e di consapevolezza culturale, senza l’impegno fattivo di una comunità non solo di interessi, senza un sogno, non vi sarà alcun riscatto del Mezzogiorno. E passata questa specie di «festa mobile» del Pnrr, si decreterà che neppure stavolta il Mezzogiorno è stato in grado di di farcela. Lo dicono da quando eravamo piccoli... Ci sta bene così?

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