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Biancaluna, madri e destino

Alice Scolamacchia

Biancaluna, quinto romanzo della giornalista Chicca Maralfa, è uscito venerdì 27 febbraio per Les Flâneurs Edizioni. L’autrice intreccia maternità, destino e fragilità in un doppio binario narrativo che mette a fuoco il peso delle scelte e le loro conseguenze, scavando nelle assenze e nelle possibilità della vita.

Partendo da un fatto reale, come ha trasformato la cronaca in letteratura senza attenuarne la gravità né cedere al giudizio?

«Riscrivendolo nel modo in cui avrei sperato che le cose fossero potute andare: una morte diversa e una vita possibile per Biancaluna. Questo presupponeva l’invenzione di un contesto umano in cui quella storia, per aprirsi a destini divergenti, potesse maturare. La cronaca tende ad attribuire una responsabilità; la letteratura può interrogare ciò che non è visibile: i silenzi, le relazioni, le pressioni che preparano un gesto. Non ho cercato di attenuare la gravità del fatto, ma di sottrarla alla semplificazione del giudizio».

La struttura a “sliding doors” mette in scena la biforcazione del tempo: quando ha capito che questa era la forma necessaria per raccontare Biancaluna?

«Da subito. Una sola traiettoria rischiava di chiudere troppo presto il senso. Il romanzo chiedeva una forma capace di tenere insieme l’accaduto e il possibile, mostrando come scelte minime possano deviare il corso di una e più vite. La biforcazione non nega il reale: lo mette in dialogo con ciò che avrebbe potuto essere, immaginando che il tempo non sia solo una sequenza lineare di cause ed effetti, ma anche lo spazio in cui possibilità diverse si aprono e si escludono».

Come si mantiene, sulla pagina, l’equilibrio tra comprensione e responsabilità quando si racconta una maternità fragile?

«Non credo esista una regola, come non esiste una maternità che non sia esposta alla fragilità. È una condizione attraversata da storie familiari, aspettative sociali, solitudini. Col senno di poi, direi che un equilibrio possibile può essere cercato evitando, nel racconto, sia la medicalizzazione sia la moralizzazione: cioè sia la tentazione di spiegare tutto con una diagnosi, sia quella di ridurre tutto a una colpa. La pagina può farsi spazio di ascolto, dare voce alla vulnerabilità senza trasformarla in alibi. La responsabilità resta, ma non è isolata dal contesto affettivo e simbolico che contribuisce a determinarla».

Che ruolo hanno l’adolescenza e l’assenza del padre nella costruzione identitaria di Biancaluna?

«L’adolescenza è il tempo in cui si definiscono le mappe interiori. L’assenza del padre – soprattutto quando è simbolica – incide sulla possibilità di orientarsi, di darsi dei limiti, di chiedere aiuto. In Biancaluna l’identità si costruisce anche attorno a questa mancanza, che può diventare fragilità ma anche spinta a cercare nuove sponde, nuove figure di riferimento, nuovi modi di stare nel mondo».

Cosa ha significato, sul piano della voce narrativa, tornare alla Puglia dopo i romanzi ambientati altrove?

«Per me la Puglia non è solo dove sono nata e vivo, ma un paesaggio interiore: l’ho sempre portato con me, nella Milano di Mr Willer come nel Veneto di Ravidà. La Puglia è un modo di guardare le cose. Come scrive Gide, l’importanza sta nel tuo sguardo, non nella cosa guardata. La Puglia, in questo romanzo, coincide con quello sguardo».

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