Parola allo specialista
Se Ziggy sognava di diventare Oscar Wilde
Sono state molte le passioni di David Bowie: la musica, il teatro, il cinema, la scrittura. Ne parliamo con Pierpaolo Martino, docente all’Università di Bari, musicista jazz
“Ch-ch-ch-ch-Changes…”: quante vite ha vissuto Ziggy? Sono state molte le passioni di David Bowie (senza contare che a un certo punto ha pensato di diventare un monaco tibetano): la musica, il teatro, il cinema, la scrittura. «Una volta che possiedi gli strumenti, alla fine tutte le forme artistiche sono la stessa cosa», racconta in Essere ribelli. Ne parliamo con Pierpaolo Martino, docente all’Università di Bari, musicista jazz e specialista di David Bowie.
È vero che sognava di diventare Oscar Wilde?
«In realtà il nesso con Wilde è estremamente complesso; ma è lo stesso Todd Haynes nel suo film cult del 1998 Velevt Goldmine a cogliere un aspetto importante del rapporto Oscar/David. Il film ha inizio con la nascita di Wilde a Dublino nel 1854 e il piccolo Oscar fa il suo ingresso sulla terra mediante una navicella spaziale; qui il regista fa riferimento sia alla sensibilità aliena di Wilde rispetto al panorama culturale tardo vittoriano, sia ad un mondo, quello dello spazio, centrale nella poetica del Bowie/Major Tom e soprattutto del Bowie/Ziggy della cui vicenda Velvet Goldmine rappresenta, attraverso le figure di Brian Slade/Maxwell Deamoon una parodia. Nella sequenza successiva ci ritroviamo in una scuola vittoriana dove alcuni studenti annunciano al loro maestro ciò che piacerebbe fare loro da grandi e in cui il piccolo Wilde dichiara di voler diventare “a pop idol”; se è vero che Wilde non pronunciò mai queste parole è altrettanto vero che fu un giovanissimo David Jones a pronunciarle. In breve sia Oscar che David avevano una certa urgenza di costruirsi in termini di icone pop, ossia di pensare la loro stessa vita come scrittura, come opera d’arte».
«Scrivo molto velocemente. Scrivo un sacco». La passione per la scrittura, per questo “furious reader”, è legata a quella per la lettura, al punto da portarlo a stilare una lista dei 100 libri che considerava più importanti. Tra questi l’Iliade, Lo straniero, Il Gattopardo.
«Ebbene occorre anzitutto sottolineare come Leggere Bowie in termini letterari significhi tradurre il discorso artistico bowiano in una sorta di dialogo tra dialoghi in cui musica e letteratura interrogano altri linguaggi artistici quali cinema e fotografia e in cui l’immagine, la parola letteraria e il suono (musicale) si ridefiniscono a vicenda. In questo senso ogni performance (visiva e musicale) di Bowie diventa esercizio di scrittura e Bowie stesso, è un (iper)testo culturale che esige un complesso esercizio semiotico di lettura e comprensione rispondente. È importante sottolineare come i testi stessi delle sue canzoni si caratterizzino per una dimensione fortemente teatrale – e in effetti in Bowie il concetto di teatro può e deve essere declinato anche nel senso letterario, di script, di screenplay che il cantante in quanto regista e performer mette in scena al fine di problematizzare l’idea stessa di un’identità, naturale, stabile autentica così dominante nella popular music degli anni Sessanta. La teatralità di Bowie non ha tuttavia solo a che fare con la capacità dell’artista di creare personaggi e maschere diverse all’interno di una canzone o di un album, ma rimanda anche alla capacità della sua arte di risuonare della parola altrui, ossia delle voci di quegli stessi autori amati dal cantante».
«Ci tengo moltissimo a essere riconosciuto come autore, ma vorrei che non si cercasse chissà cosa nelle mie canzoni. Non bisogna fare altro che ascoltare le parole e la musica di cui sono composte»: è dichiarazione di poetica? Tra Sartre, teorico della scrittura impegnata, e Baudelaire, emblema dell’arte per l’arte, chi avrebbe scelto?
«Sicuramente Baudelaire, e in questo David è senz’altro un discepolo di Wilde. Rivendicare la centralità dell’arte come fatto infunzionale, come spazio di indagine e di messa in scena – fine a se stessa - dell’umano è del resto nell’estetica di Wilde un elemento sovversivo soprattutto rispetto al materialismo e al moralismo tardo-vittoriano. Bowie farà qualcosa di molto simile negli anni Settanta».
«Non sono disposto a tagliarmi i capelli o a cambiare il mio aspetto solo per accontentare gli altri». Eclettico, geniale, irriverente... e per niente accomodante!
«In realtà David era – come il Colin MacInnes di Absolute Beginners (titolo anche di una sua celebre song scritta per l’addattamento filmico del 1986) un inside-outsider. Non è mai stato accomodante, certo, ma come il suo Maestro Wilde, Bowie sapeva che l’arte del proprio tempo non poteva essere pensata al di fuori del mercato, ovvero del capitalismo. In questo senso i changes ossia le metamorfosi bowiane – in particolare quelle dall’art-pop di un disco come Low al pop mainstream degli anni Ottanta – avevano molto a che fare con quello che potremmo definire «commerce», un qualcosa che esercitava un profondo fascino su Bowie».
Quanto ha contato l’attribuzione del Nobel a Bob Dylan nel riconoscimento del valore della scrittura di David Bowie?
«Come notavo prima a differenza di quello che succede per Dylan, la letterarietà di Bowie è più performativa/teatrale che testuale in senso stretto. Ciononostante è stato un grandissimo innovatore in grado come lo stesso Shakespeare – che tra l’altro Bowie cita in Station to Station – di mettere in rapporto nei suoi testi cultura alta e bassa attraverso complessi processi di citazioni e di riscrittura. Notevoli sono il suo utilizzo della tecnica Barroughsiana del cut-up in brani come Moonage Daydream, e la sua traduzione in termini di distopia postmoderna dell’Orwell di 1984 in Daimond Dogs. Ma attenzione, ci tengo ancora una volta a sottolineare come in Bowie la letterarietà è sempre data dalla complessa dialogica che mette in rapporto parola e suono musicale, nonché dall’idea stessa di un corpo che va in scena facendosi scrittura».