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l'anniversario

Giuseppe Gorjux, dieci anni
senza il Grande Borghese

Direttore ed editore: una vita per la Gazzetta e il riscatto del Sud

Giuseppe Gorjux, dieci anni senza il Grande Borghese
di Giuseppe De Tomaso

La palla al piede del Mezzogiorno? È la borghesia, cioè l’assenza di una classe dirigente «crociana», in grado di rappresentare l’interesse generale e di costituire un punto di riferimento soprattutto morale, oltre che culturale. Se in Puglia c’era un borghese, un Grande Borghese che faceva eccezione nel deserto dirigenziale del Sud, questi era Giuseppe Gorjux (1928-2008), per molti anni direttore ed editore de La Gazzetta del Mezzogiorno.
Domani ricorre il decimo anniversario della scomparsa di Gorjux, la cui genesi familiare coincide, per decenni, con la storia ultrasecolare di questo giornale. Raffaele Gorjux (1885-1943), padre di Giuseppe, è il direttore dell’affermazione definitiva del nostro quotidiano nel proscenio meridionale. È lui a dare l’imprinting al giornalismo pugliese del secolo scorso prima fondando La Gazzetta di Puglia, poi assorbendo Il Corriere delle Puglie e infine creando La Gazzetta del Mezzogiorno. La madre di Giuseppe, Wanda Gorjux, nata Bruschi (1888-1976), allieva di Benedetto Croce (1866-1952), è l’animatrice culturale della Gazzetta. Editorialista raffinata, collabora con il marito Raffaele alla fattura del prodotto. È tra le prime donne in Italia a svettare in un settore, quello dei giornali, ritenuto precluso all’altra metà del cielo.
Giuseppe Gorjux dirige la Gazzetta dal 1987 al 1993, e dal 1995 al 1997. Direttore ed editore insieme. La condizione ideale per guidare un quotidiano, secondo gli insegnamenti di Luigi Einaudi (1874-1961), giornalista di pelle prima che economista di mestiere.
Gorjux non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Il suo asso nella manica è l’esempio, la più alta forma di autorità. Lui, che concepisce la Gazzetta come una grande famiglia, ama il gioco di squadra più di se stesso. Non è un solista. È un direttore d’orchestra. Sprona la redazione come un fantino a Tor di Valle. Dà fiducia ai colleghi giovani e li mette alla prova un giorno sì e l’altro pure. Non chiede loro per quale partito votino («L’importante è che ciò non traspaia sul giornale»). Difende i suoi ragazzi tutte le volte che qualche pressione esterna tenta di interferire nelle scelte redazionali. E poi, Gorjux, non nasconde la mano quando c’è da colpire il bersaglio. Memorabile, ad esempio, è la sua campagna per risolvere il problema della strozzatura ferroviaria nel capoluogo barese. Ininterrotta la sua battaglia in difesa del Sud, ammaccato da un divario infrastrutturale, ignorato e sottovalutato da classi dirigenti distratte e incapaci.
Gorjux non è un neoborbonico, termine oggi alla moda. Per formazione familiare e culturale, è semmai un convinto risorgimentalista. Ma il direttore-polemista non resta mogio di fronte ai colpi bassi inferti dal Nord al Meridione, a cominciare, dopo l’Unità d’Italia (1861), dal drenaggio delle risorse finanziarie del Regno di Napoli, per finire all’intervento ordinario concentrato essenzialmente nella parte ricca del Paese. Con l’intervento straordinario sarebbero arrivate solo le briciole sostitutive, non quelle aggiuntive.
A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, in concomitanza con l’exploit elettorale di Umberto Bossi, la Lega Nord (obiettivo: la secessione) si giova di un compagno di strada inatteso e di peso: Giorgio Bocca (1920-2011). Un piemontese cocciuto che, a volte, appare più bossiano di Bossi, tanto da scrivere un pamphlet il cui titolo (La disunità d’Italia) non ha bisogno di particolari interpretazioni. È una spietata requisitoria contro l’«inferno» meridionale, di cui si auspica il distacco dal resto del Paese.
Il meridionale Gorjux, nelle cui vene scorre sangue savoiardo, non ci sta. Reagisce da par suo alla mistificazione della realtà. Rintuzza parola per parola le tesi del saggista di Cuneo - successivamente, va detto, salvatosi dalla sbornia leghista -, e colloca il meridionalismo responsabile in cima alla linea editoriale della Gazzetta.
Gorjux è un moroteo. Di Aldo Moro (1916-1978) apprezza lo stile e la sostanza. Come Moro, anche Gorjux può essere definito un conservatore illuminato, anche se il Direttore si rende conto che in un’Italia così sgangherata c’è poco o punto da conservare.
Gorjux è tra i primi in Italia a sposare la rivoluzione referendaria di Mario Segni, tesa a introdurre da noi il sistema elettorale maggioritario per garantire stabilità. Ai Poteri Forti dell’epoca la sfida di Segni fa venire il morbillo. La stessa Dc è contraria alle iniziative del figlio dell’ex Capo dello Stato. Ma Gorjux va avanti come un treno sulla linea delle riforme elettorali e costituzionali. Considera una iattura il voto di preferenza, fattore di corruzione e conflittualità nei partiti. Ritiene che l’Italia debba ispirarsi alle regole delle democrazie europee. E mette la Gazzetta a sostegno della Grande Riforma.
Quella di Segni si rivelerà, però, una «rivoluzione spezzata»: partirà a livello locale, ma non approderà mai al livello nazionale. Oggi ne paghiamo le conseguenze, come dimostra l’impossibilità di formare maggioranze omogenee dopo il voto dello scorso 4 marzo.
Ma anche negli scontri più aspri, la dote più splendente della prosa di Gorjux resta l’onestà intellettuale, diretta espressione di un galantomismo assoluto, riconosciuto e apprezzato da tutti. apprezzato specialmente dai suoi giornalisti, che - grazie a lui - hanno avuto modo di esprimersi senza bavagli e di mettersi al volante senza il freno a mano pronto all’uso.
Il Direttore gradisce ll’odore del piombo in tipografia, ma è innamorato pazzo delle nuove tecnologie. Sa che il futuro corre veloce. Impara tutto quello che c’è da imparare dal giornalismo quasi 4.0, che sarà pure meno romantico del precedente, ma di sicuro accelera i tempi di produzione e ne riduce i costi.
Chissà cosa direbbe il Direttore dell’Italia 2018 e soprattutto del Mezzogiorno 2018. Chissà cosa direbbe di un Paese sempre spaccato, economicamente e politicamente. Chissà cosa direbbe della classe dirigente che è venuta meno al Nord, ma soprattutto al Sud. Chissà se oggi ritroverebbe tracce di virtù borghesi nelle classi dominanti che si disputano il comando per trafficare sui privilegi di casta. chissà cosa direbbe dell’evoluzione dell’attività giornalistica tradizionale, penalizzata da un Far West senza uno straccio di regole e sottoposta a una massificazione-omologazione che ne mina la qualità.
Lui, il Cavaliere del Lavoro Giuseppe Gorjux, da gentiluomo qual era, forse si rifugerebbe nel silenzio. Un silenzio più assordante dell’urlo «Io non ci sto». Del resto, «Un bel tacer non fu mai scritto», parole del librettista veneziano Giacomo Badoar (1602-1654), era forse la citazione cui Gorjux era più affezionato.
Ancora grazie, caro Direttore.

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