Mercoledì 18 Settembre 2019 | 15:53

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MASSIMILIANO SCAGLIARINI

BARI - Entro i prossimi sei mesi i 258 Comuni pugliesi dovranno procedere ad approvare il regolamento edilizio tipo, una delle semplificazioni volute dal governo Renzi per rendere omogenei in tutta Italia i principi dell’attività edificatoria. Ma la delibera con cui la giunta regionale, la scorsa settimana, ha provveduto a recepire il regolamento approvato a ottobre 2016 (si veda l’articolo accanto) rischia di creare un nuovo stop ai cantieri: dal giorno della pubblicazione sul Bollettino ufficiale (non ancora avvenuta) tutte le domande non ancora rilasciate dovranno essere valutate sulla base delle nuove definizioni. Che in alcuni casi cambiano in maniera rilevante le carte in tavola.

Il problema è duplice: tecnico, ma anche politico. Perché - prima della delibera firmata dall’assessore all’Urbanistica, Annamaria Curcuruto - quattro consiglieri regionali di maggioranza (Amati, Mazzarano, Pentassuglia e Longo) avevano presentato una proposta di legge che oltre a recepire il regolamento puntava a normare il regime transitorio. Facendo salve, appunto, tutte le domande già presentate fino all’approvazione definitiva del regolamento da parte del Consiglio comunale.
La delibera della Curcuruto stabilisce invece «che gli interventi edilizi muniti di titolo edilizio efficace alla data di pubblicazione della presente deliberazione potranno comunque essere realizzati in conformità al titolo medesimo», ma avverte che «le definizioni uniformi e le disposizioni sovraordinate in materia edilizia trovano diretta applicazione, prevalendo sulle disposizioni comunali con esse incompatibili». Per esempio, nel nuovo regolamento edilizio è stabilito che nel calcolo della volumetria rientrano anche le superfici dei piani interrati. La gran parte dei regolamenti edilizi vigenti in Puglia, invece, escludono gli interrati, in alcuni casi anche i vani scale e persino i piani terra se destinati a parcheggio auto. Stesso discorso sulle distanze, su cui l’anarchia oggi è totale.

Va detto chiaramente che l’armonizzazione delle definizioni è un passaggio sacrosanto, perché oggi tra Comune e Comune ci sono regole diverse che fanno impazzire i tecnici ma anche le aziende e chi compra casa. E va detto che il lavoro ministeriale preparatorio sulle definizioni è durato 20 mesi, a testimonianza della sua delicatezza. Il passaggio, però, sarà molto duro.
«Andava definito un regime intertemporale - attacca Enzo Colonna, capogruppo di Noi a Sinistra -. Cosa accadrà ora a chi ha depositato la richiesta di un permesso di costruire se il regolamento vigente ha una difformità rispetto a quello tipo? Si introduce una ghigliottina che finisce per penalizzare il settore». La proposta di legge Amati, quella che prevedeva la fase transitoria, ha avuto un referto tecnico negativo dagli uffici in quanto il recepimento del regolamento edilizio è una competenza di giunta. «Ma questo - dice Colonna - non ci impedirà di presentare una nuova proposta per normare il transitorio».

L’assessore Curcuruto, con trent’anni di esperienza come direttore dell’Urbanistica a Bari, ha una posizione diversa. «Non avevamo margini di manovra, e del resto altre Regioni hanno adottato provvedimenti uguali al nostro. Non esiste una fase transitoria. Il permesso rilasciato va considerato efficace, ma per il resto non potevamo comportarci in modo diverso. Quello dei volumi è un falso, problema perché tutta la nuova pianificazione urbanistica utilizza le superfici: i Comuni possono eliminare il volume modificando le Norme tecniche, oppure potranno semplicemente procedere al ricalcolo in base alle nuove definizioni. Per modificare i piani di lottizzazione basterà una delibera di giunta». Quello recepito dalla Regione è un regolamento tipo, nel senso che si tratta di uno scheletro: fatte salve le definizioni e i riferimenti di legge, ciascun Comune dovrà poi riempirlo di contenuti. Pur cambiando le definizioni, non sarà necessario modificare le quantità contenute nei piani regolatori. Il vero problema è che i sei mesi previsti per adeguarsi potrebbero non bastare, soprattutto nei centri più piccoli.

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