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Interdetto l'amministratore

Altamura, il crac del salotto
«Incanto»: buco da 38 milioni

Per la procura dopo il fallimento l'imprenditore avrebbe proseguito l'attività. Nel 2007 fatturava 70 milioni

Altamura, il crac del salotto«Incanto»: buco da 38 milioni

BARI - La crisi che ha colpito l’industria del salotto ha lasciato una scia di fallimenti nel tessuto produttivo pugliese e lucano. Ma c’è un caso, quello della Incanto Group di Altamura, che potrebbe nascondere altro: dietro il crac da 38 milioni, che nel 2012 ha cancellato quasi 300 posti di lavoro, ci sarebbe un sistematico svuotamento delle casse di una società che nel 2006 fatturava 72 milioni di euro l’anno ed era ritenuta un gioiello, con collezioni presentate al Salone del mobile di Milano ed una presenza forte nei mercati degli Usa e dell’Estremo Oriente.

La Procura di Bari, con il pm Giuseppe Dentamaro, ha chiesto e ottenuto dal gip Alessandra Piliego l’interdizione per un anno dalle attività di impresa di Giovanni Sforza, 46 anni, ex amministratore unico della Incanto, ritenuto il dominus di un gruppo che nei mesi successivi al fallimento (dichiarato nel 2012), avrebbe continuato a operare in frode ai creditori. L’accusa per l’imprenditore altamurano (che ieri mattina, davanti al gip, si è avvalso della facoltà di non rispondere) è di bancarotta fraudolenta, ipotesi che la Procura contesta anche ad altre tre persone, suoi familiari, ritenuti a vario titolo responsabili di una serie di atti che - in base alle indagini della Finanza - avrebbero portato a dissipare il patrimonio societario.

Erano stati del resto i commissari giudiziali, nell’ambito di una domanda di concordato preventivo fatta nel 2011, a rilevare gravi irregolarità contabili che avevano portato il Tribunale di Bari a dichiarare il fallimento ed a trasmettere gli atti alla magistratura. A fronte dei debiti accertati, infatti, è emerso come i 26 milioni di attivo dichiarati in realtà esistessero solo sulla carta. Questo perché - secondo le relazioni depositate agli atti - a partire dal 2008, cioè dal primo anno di flessione del fatturato, sarebbe partito un tentativo di svuotare la Incanto per trasferirne gli asset (sostanzialmente i marchi commerciali, le collezioni e il magazzino delle materie prime) in una nuova società pulita.

Le indagini delegate dalla Procura al Nucleo di polizia tributaria della Finanza di Bari hanno scoperto una ragnatela di nuove società, tutte riconducibili alla famiglia Sforza, che hanno continuato a produrre divani anche dopo il fallimento di Incanto, utilizzando però gli stessi dipendenti e le stesse attrezzature della società fallita ma senza corrispondere un centesimo. Agli atti anche i contratti stipulati con un importante marchio nazionale, che nel corso del 2011 aveva preso in licenza una delle collezioni («Immagina»): ma non a beneficio della Incanto, bensì di un’altra società riconducibile agli indagati che dunque incassava le royalties in modo tale da poter pagare gli stipendi agli operai che, ad Altamura, continuavano a lavorare nel capannone.

Emblematico poi, secondo la Procura, anche il caso della triangolazione con l’estero. Nel 2008 una società ungherese con 1.700 euro di capitale, riconducibile sempre alla famiglia Sforza, si era impegnata ad acquistare per 4,8 milioni il marchio Sofitalia International. In questo modo, Incanto può «abbellire» bilanci che già mostravano perdite per 10 milioni. Solo che quei soldi non arriveranno mai. E nel 2011, un giorno prima di chiudere i bilanci da depositare in sede di concordato, Incanto stralcia il credito verso la società ungherese, «evidentemente con il solo interesse di sopravvalutare, fittiziamente, il patrimonio aziendale».

Agli atti del fascicolo, come detto, ci sono soprattutto i documenti depositati dai curatori fallimentari. Nelle carte ci sono gli atti con cui Incanto ha svenduto buona parte del suo patrimonio, comprese le auto aziendali, comprate per pochi spiccioli dall’amministratore e dai suoi familiari. Ora, dopo la chiusura delle indagini, la Procura dovrà decidere se chiedere il rinvio a giudizio. La bancarotta fraudolenta ha una prescrizione lunghissima, 15 anni, che decorrono dal giorno del fallimento. [m.s.]

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