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di Tiziana Colluto

Andrebbe smantellata la gran parte del cantiere lungo la strada regionale 8: il Tar di Lecce ordina la restituzione delle aree (circa tre ettari) ai proprietari, previo il ripristino dello stato dei luoghi. Un epilogo inatteso, sorprendente, quello contenuto nella sentenza emessa ieri. Alla Regione si concede solo un’alternativa: la cosiddetta «acquisizione sanante», comunque incerta poiché le opere sono di fatto abusive.

Il provvedimento del collegio fa, dunque, un passo in avanti rispetto a quanto stabilito dal Consiglio di Stato nel febbraio scorso, quando, pronunciandosi su ricorso della società Sis, ha demolito l’intero procedimento amministrativo alla base del raddoppio della Lecce-San Foca. Stavolta, a trascinare in tribunale Regione e Comune di Vernole sono stati i titolari della Sica srl, a cui è stata sottratta una fetta dell’impresa agricola che si estende proprio lungo quell’arteria. In giudizio si sono costituite anche le società costruttrici, il Consorzio Cooperative Costruzioni e Leadri Srl.

Il Tar non ha potuto far altro che ribadire quanto già stabilito dai giudici di secondo grado in relazione agli stessi atti impugnati. Innanzitutto, non è stata garantita la partecipazione al procedimento amministrativo: non è sufficiente la pubblicazione di un «avviso di massa», ma è necessaria l’indicazione di nome, indirizzo e particella catastale interessata all’esproprio. Ciò inevitabilmente vizia l’approvazione del progetto definitivo-esecutivo e la contestuale dichiarazione di pubblica utilità dell’opera.

Poi, c’è il nodo autorizzazioni: l’approvazione definitiva è avvenuta con una determinazione dirigenziale nel 2012, i lavori sono stati avviati nel 2013, ma la valutazione di impatto ambientale (Via) era scaduta nel 2011, perché risale al 1° aprile 2008. Lo aveva già detto il Consiglio di Stato: Bari avrebbe dovuto attenersi alla sua stessa legge regionale che fissava il termine di efficacia in tre e non in cinque anni.

Infine, c’è il mancato rispetto delle prescrizioni del decreto sulle infrastrutture del 2001 in relazione alle «norme funzionali e geometriche» per la costruzione di strade. Per le imprese e per la Regione, trattandosi di un vecchio progetto, vige una deroga. Per i giudici amministrativi, invece, no: le varianti sopraggiunte nel frattempo sono state tali da partorire un vero secondo progetto, che quei vincoli, in primis una superficie di cantiere molto più ampia, deve rispettarli.

Un quadro di incertezza totale, secondo il Tar, tale da aver indotto la pubblica amministrazione a commettere «errore scusabile», motivo per cui non è stato riconosciuto il risarcimento danni ai ricorrenti.

La Regione ha in mano, adesso, una patata più che bollente. «Attendiamo di leggere le motivazioni della sentenza prima di esprimerci», dice l’assessore ai Lavori pubblici, Gianni Giannini». «L’annullamento degli atti di esproprio e di occupazione d’urgenza – spiega però l’avvocato Tommaso Millefiori, legale dei proprietari di Sica – comporta l’irrealizzabilità dell’opera per come progettata ed appaltata». La Regione, a questo punto, dovrebbe cercare un accordo con i proprietari dei suoli.

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