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quadretti selvaggi

«I love marijuana»
Che il dio Cannatore
vegli su tutti noi

cannone selvaggio

di ALBERTO SELVAGGI

È arrivato il Cannatore, ragazzi, il dio del fumo che c’è sempre stato: Marijuana Love, I love marijuana. È vestito d’abiti stampati con foglie lanceolate, simbolo mediatico del paradiso in terra che abbiamo, perfino sul suo cap da rapper: Marijuana Love, I love marijuana.
Al Libertà sfornano leccalecca alla canapa, Bari, soprattutto nella provincia nord, spicca in Italia per numero di coltivazioni, con boom di serre in casa, superata dalla Bat. Produciamo piante dal principio attivo più alto, aspirato dal 26 per cento dei ragazzi. Sul web, nella Puglia primatista per quantitativi sequestrati, arrivano anche le ricariche per sigarette elettroniche infuse dell’erba che ha schiacciato l’hashish sul mercato. Perciò il Cannatore ha preso casa qua. E ti protegge con il suo spinello lungo un metro e 70 centimetri che eleva come fanno con il bilanciere i palestrati. Spande volute dolciastre ovunque va: Marijuana Love, I love marijuana.

I rastafariani, religiosi di Giamaica, la reputano indispensabile per meditare e per pregare. Le sue tracce sedimentano da millenni negli alveoli dei trapassati, dall’India alle colonie romane. Marijuana Love, I love marijuana.
L’utilizzo terapeutico, legge regionale estesa a un gran numero di mali, secondo alcuni studi di psicologi e psichiatri, allevia anche i disturbi depressivo, bipolare, ossessivo-compulsivo, post-traumatico, d’ansia: secondo altri (è un classico delle materie umanistiche o quasi) li fomenta, soprattutto dalla giovane età. Ma a cosa serve disputare? Il Cannatore si è manifestato: Marijuana Love, I love marijuana.

La trovi in mano al muratore che ti picchietta il terrazzino della casa al mare: «Problemi?» «Da’ qua». Il venerdì sera la sfumacchia la segretaria aziendale, il sabato i commercialisti e gli avvocati, i farmacisti, gli usurai, i giornalisti licenziati. La Natura ce l’ha portata in dote, si drogano pure numerosi animali: Marijuana Love, I love marijuana.
Che ti frega se al Chiringuito qualcuno rolla vicino alle barche? Non c’è forse il cielo? Non c’è il mare? Non puoi fare nulla contro questo dilagare: a 13 anni, a 53, talvolta oltre i 60. Marijuana Love, I love marijuana.
Il Cannatore, nume verde fumigante, sa che proprio a Bari nel 1982 venne compilata forse la prima tesi in Italia di diritto internazionale per la liberalizzazione della sostanza. L’avvocato Antonio Giacchetti, uno dei più fini ingegni del «Giardino» (la «Piazza rossa» Umberto), oggi studioso e traduttore de Il fattore Maya, a Giurisprudenza discusse la sua laurea sugli «Aspetti internazionali e sociali dell’uso della cannabis», relatore l’allora preside e docente Vincenzo Starace. Centodieci e lode, Marijuana

Love, I love marijuana.
Non è perché Umberto Veronesi parla di «danni inesistenti» della canna. Non è perché gli economisti americani, con Roberto Saviano, definiscono il proibizionismo «un sussidio dei governi per la criminalità organizzata». Non è perché i problemi causati dall’erba e dall’hashish sono irrilevanti se raffrontati con quelli di alcol e sigarette, per tacere dei cellulari. Né perché, No drugs no future, come ha titolato un libro Günter Amendt. Né perché dagli stati alterati deriva la quasi totalità dell’arte moderna, fin dai «Lake poets», tutti debitamente oppiati. Ma perché l’unica allucinazione è credere il contrario: Marijuana Love, I love marijuana.
Fuma la divorziata di sera sola a casa. Fuma l’esaminando in ansia. Fumano insieme sul balcone il padre architetto, la figlia, la compagna. Mangia il ricco che si è fatto preparare dal cuoco la torta all’hashish per i 48 anni: «Auguri, Giovanni!». E il Cannatore dall’alto con lo spino colossale li guarda tra i fumi della città: Marijuana Love: sì, I love marijuana.

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