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economia

Crollano i prezzi
E' Bari la tavola
meno cara d'Italia

«La contrazione dei consumi - commenta Benny Campobasso, presidente della Confesercenti metropolitana - distrugge le imprese al dettaglio: nel primo trimestre 2016 se ne contano 20mila in meno»

negozio, commercio, ortofrutta

di DANIELA D'AMBROSIO

BARI - Meno abbiamo soldi, meno consumiamo, più crollano i prezzi. Che potrebbe sembrare una bella cosa ma non lo è, perché ogni euro non speso è solo la fotografia di un’economia in ginocchio.
A Bari una famiglia di quattro persone può mettere il piatto a tavola risparmiando 318 euro in un anno. Secondo una stima dell’Unione nazionale consumatori, sulla base dei dati Istat, il capoluogo pugliese è la prima città per risparmi dovuti alla deflazione, con un abbassamento dei dei prezzi dello 0,9 per cento, che deriva dal calo dei consumi. Costano meno frutta e verdura, i prodotti per la casa e quelli per la cura della persona, ma anche i viaggi per chi può farli. Mangiamo meno carne e pesce e sicuramente rinunciamo a tutto quello che può, anche solo vagamente, essere considerato superfluo.
Quello che pesa particolarmente sull’economia del territorio è il crollo dei prezzi di verdura e ortaggi, troppo spesso lasciati nella terra, con tutte le conseguenze del caso.

Secondo l’indagine nazionale Istat, le uniche spese con il segno più dovrebbero essere quelle legate alla scuola, con aumenti negli asili nido comunali. Ma Bari fa eccezione perché sono rimasti invariati i costi di rette, mense e trasporti.
«La contrazione dei consumi - commenta Benny Campobasso, presidente della Confesercenti metropolitana - distrugge le imprese al dettaglio: nel primo trimestre 2016 se ne contano 20mila in meno».

Un’analisi spietata quella dell’ufficio economico di Confesercenti che dipinge passi indietro su alimentazione di qualità, moda e perfino formazione e istruzione: «Crescono le spese fisse - analizza il presidente - salute, affitti, bollette e utenze, che erodono il budget familiare a discapito della spesa alimentare, anche quella dei beni di prima necessità. Aumentano solo un poco i consumi di frutta e ortaggi a danno di carne, pesce, pane e olio, latte e formaggi, uova e bevande».

Ma in questa tendenza c’è anche un po’ di cambiamento del modo di vivere e di alimentarsi come conferma Porzia Milella, titolare con il marito Michele Pacucci, della storica macelleria «Mimì», in corso Sonnino, che conferma la forte flessione degli ultimi due anni: «La clientela tende molto al risparmio - dice - e si priva dei pezzi più pregiati a vantaggio di cibi più economici. Se poi ci aggiungiamo un certo tipo di informazione sul consumo di carne, il gioco è presto fatto. E allora abbiamo scelto di specializzarci sul vegetariano per recuperare la nostra clientela che si allontanava e prenderne della nuova. Ma i consumi calano, è innegabile».
Non canta vittoria, però, nemmeno Grazia Mastrogiacomo, titolare dell’angolo del piacere, negozio di frutta e verdura a San Pasquale: «Nel 2015 abbiamo sentito il calo dei prezzi in acquisto e lo abbiamo riportato nelle vendite. In questi giorni, invece, i prezzi in acquisto delle merci stanno aumentando di nuovo, ma caleranno con l'estate. In ogni caso e a qualsiasi prezzo, la gente spende meno, molto meno. La riduzione delle quantità richieste è evidente negli ultimi due anni».

E una perdita del 50 per cento sulle vendite la denuncia anche Nicola Perini, titolare del «Salumaio» di via Piccinni, che pure ha sempre goduto di una clientela meno sensibile alla crisi: «Nell'ultimo anno la gente non ha più soldi - dice - è inutile negarlo. C'è una minore capacità di spesa, è cambiato il tenore di vita. Fine dei mega pranzi e delle mega cene, ridotti all’osso gli inviti a casa, una sera alla settimana a ristorante, per svagarsi un po’. Abbiamo avuto una lieve ripresa a Natale, più venti per cento, poi di nuovo il calo».
«Le difficoltà non hanno livello sociale - aggiunge - i miei clienti continuano a chiedere il massimo della qualità ma diradano le visite: chi entrava in negozio due o tre volte la settimana ora viene una volta ogni dieci giorni».
«Abbiamo perso tanto - conclude - perché la crisi attacca per primo ogni genere di “lusso” o di superfluo, poi, piano piano, erode anche dal necessario. Avevamo clienti da tutta la provincia. Ci sono rimasti solo i più affezionati baresi».

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