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quadretti selvaggi

La vera importanza
di chiamarsi
«Alberto Selvaggi»

Un nome e di un cognome identici, due spiriti diversi fatti uguali nel nome: Alberto Selvaggi, giornalista non esattamente integrato, e Alberto Selvaggi avvocato

Alberto selvaggi, ombra

di ALBERTO SELVAGGI

Questa è la storia vera di un uomo e di un altro. La storia di un’unione che è disunità. Di un nome e di un cognome identici, di due spiriti diversi fatti uguali: l’importanza di chiamarsi Alberto Selvaggi.
L’equivoco, lievitato nel quartiere Murat, è diventato commedia per l’eternità. E giostra sulle identità scambievoli, e per certi versi alterate, di Alberto Selvaggi, giornalista non esattamente integrato, e di Alberto Selvaggi avvocato, studio in piazza Umberto 54 a Bari, posato, perbene, stimato. Gli unici Alberto Selvaggi esistenti in città. Nati a dieci anni di distanza uno dall’altro sotto stelle contrarie. Nessuna parentela, manco alla lontana. Destinati a sfiorarsi come le anime senza incontrarsi mai.
Tempo fa vacillavo come un acrobata dilettante sul cavo. E suonò la prima chiamata: dindon. Entrai nello studio dell’urologo Francesco Paolo Selvaggi. Se ben ricordo ero stato sessualmente aggredito da una ragazza, se era una ragazza. «Ah, quindi è lei!» fece il luminare vedendomi entrare. «Io chi?», risposi. «Il giornalista… Beh, è diventato un po’ la mia ossessione, sa? Spesso mi chiamano lamentandosi: ma cosa combina suo figlio sui giornali? È un pandemonio, scrive articoli da criminale». «Vabbè, capirai…». «E io ogni volta devo spiegare: guardi che quello è un altro Alberto Selvaggi, mio figlio Alberto fa l’avvocato». Forse ciò mi costò una visita prostatica particolarmente accurata: ahi!

Scrissi una paginata per il Corriere della Sera su un multitrapianto, citando Selvaggi medici a destra e a manca. Firmato: Alberto Selvaggi. Mi chiamò da Milano il caporedattore centrale: «Uè, Alberto, ma che significa? Pubblichiamo la tua saga famigliare?». Presentai – caso raro – in libreria l’autobiografia di una donnauomo, ermafrodito o che altro con lo psichiatra Marcello Nardini. Al termine mi si avvicinò un anziano: «Dottor Selvaggi, mi può fare una visita?». Sorrisi: «Guardi, non sono medico». Egli: «Via, dottore, voi create pure i trans! Che ci mette? Tengo la prostata, andiamo qua dietro nel bagno e mi date una controllata».
A casa, in via Dante 25, il telefono trillava nel silenzio siderale: «Salve, dovremmo fare un esame in cardiologia». Io: «Non sono il cardiologo Luigi, né Grazia». Per strada: «Ah la conosco, lei è il giornalista pazzo, Francesco Paolo è suo padre no? Sono in lista d’attesa al Policlinico…». «Senta, siamo soltanto cinque i Selvaggi a Bari, ma non li conosco, non vi posso raccomandare».
Un mattino dal citofono mi chiama il fido portiere Giovanni Colaianni: «Doctor, c’è una signora che vi cerca». «Chi è?! Non ci sono», risposi temendo un arresto o copponi vari. Era la madre cortese del mio omonimo avvocato: «Perdoni l’intrusione, dottore, ma ci è arrivata una lettera non nostra a casa…».

Così scoprii che il mio doppio viveva a 20 metri di distanza, via Dante accanto al Saicaf, quasi attiguo palazzo. E anche a me iniziarono a consegnare per errore posta destinata all’altro: per un soffio non andai alla festa nel Circolo della Vela al posto suo con invito «per lei e signora» porto a mano. Finché giunse dalla provincia a complicare le cose pure un terzo, rarissimo Selvaggi, e piantò lo studio di commercialista giusto due piani sopra il mio cranio. «Doctor, è il bordello», scosse la testa Giovanni.
Un dì l’avvocato che ha assunto la mia natura mi telefonò: «Buongiorno, sono Alberto Selvaggi». «Sì, dica, sono io, sono Alberto Selvaggi, chi è?». «No, guardi, anch’io sono Alberto Selvaggi. Mi è arrivata una carta di credito da 3.000 euro, sarà sua. Gliela faccio recapitare».
Quando ho scritto un articoluccio dal titolo «Avvocati di chiara… fame» scatenando l’ira dell’Ordine e le maledizioni dei legali («sei una merda!» «delinquente con la penna!»), alcuni se la presero con l’ignaro: «Ah, ed è pure un collega questo Selvaggi!». «Sì, è avvocato e giornalista. Infatti nell’articolo a seguire è comparso pure in foto con la toga abbracciato a Rocco Siffredi! A sfottere!» (vero, ma ero io, non il legale). La comune igienista dentale Ivana lo chiamava, e lo chiama, per la pulizia prenotata a mio nome (ma che dico? Al suo). Rimbrotta me via sms: «Mi hai fatto il bidone. Avevi causa con qualche cliente in Tribunale?». Il farmacista Francesco Fullone in via Dante, assai simpatico, scambia sul pc gli scarichi fiscali di uno per l’altro: «Tanto, ormai, che vi cambia?». Incominciai ad assumere informazioni. Tutti lo descrivevano come una persona corretta e benvoluta. Perfino l’impiegata postale che scambiandomi per lui svolse una pratica a razzo, e senza i documenti necessari: «Avvocato, figurarsi se non ci fidiamo di lei…». «Grazie».

Senza figli, nipoti, parentado, ero compiaciuto che nell’estinzione della mia razza da ogni ramo un altro-me avrebbe abitato in mia vece il mondo. E che, nel decesso che sentivo imminente, mi sarebbe sopravvissuto, e dopo lui la sua prole. Perciò, quando al mio compleanno, consumato in clima di smobilitazione esistenziale, il mio amico Landonio per celia ha bussato all’uscio travestito da Morte gridando, «Alberto Selvaggi, è te che voglio!», ho capito che è possibile esistere senza esistere più e non esistere pur esistendo ancora.

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Commenti all'articolo

  • albertoselvaggimusicista

    26 Aprile 2017 - 10:10

    Incredibile storia, anche io mi chiamo Alberto Selvaggi (musicista) e vivo a milano

    Rispondi