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«ma che incubo!»

dieta vegetariana

di RITA SCHENA

Mangiamo verdure e frutta che non hanno sapore o profumi, belle, bellissime ma che hanno perduto tutte le loro qualità. «Basta, da oggi si cambia, voglio riassaporare melanzane che sappiano di melanzane e pomodori veri. Ho deciso, dobbiamo disintossicarci tutti, abbracciando una sana alimentazione vegan-vegetariana».
Marito e figli mi guardano allucinati, anche il gatto appare preoccupato ma poi, come si fa con gli invasati, decidono di assecondarmi.

Così contatto un'azienda agricola e mi presento con il mio bel cesto di vimini: «Allora prendo un po' di pomodori, cicorie, lattughine, melanzane, barbabietole, sedano, cetrioli e quella bellissima zucca gialla, che verrà un risotto da leccarsi i baffi».
Il contadino è simpatico e non faccio caso alle quantità, così abituata al supermercato dove tutto si deve pesare al grammo, qui si arrotonda allegramente. Alla fine mi trovo il cesto stracolmo e pesantissimo.

Arrivata a casa il primo problema: dove metto tutta questa roba? Il frigo è quello che è, gli spazi in una casa moderna quasi lillipuziani e la verdura va conservata al fresco o consumata, anche perché una delle caratteristiche di queste verdure «vere» è che hanno un ciclo di vita breve dopo essere state raccolte e non come le verdure di plastica che compriamo all'Iper. «Forse mi conviene cucinarle», penso, mentre inizio a sistemarle in frigo come fosse una sfida di Tetris.

Apro il sacchetto con i pomodori e vengo investita da un odore... di pomodoro: «Santi numi ma quanti me ne ha dati? Avevo chiesto un po'. Ok questi domani diventano salsa, come si faceva una volta».
Incauta (io) a lanciarmi in mondi sconosciuti e dai quali mi ero per oltre quarant'anni tenuta alla larga.
L'indomani eccomi pronta, facendo ricorso a tutti i miei ricordi e con mamma per telefono a guidare l'impresa, si parte: operazione salsa di pomodoro. E siccome a me Masterchef mi fa un baffo, azzardo anche la variante sugo condito, con basilico fresco (coltivato sul balcone) e cipolla.
Circa mezz'ora dopo la mia cucina ribolle come il laboratorio di Gargamella, di cui ho anche assunto le sembianze stravolta dal caldo, mentre rimesto il pentolone. E intanto ripenso ad una collega che su facebook aveva intessuto le lodi delle donne di un tempo che si ritrovavano per il rito della salsa...

Alla fine però felice rimiro il risultato costato una intera mattinata di lavoro: due boccacci pieni. Ma l'avventura non è finita, dal frigo occhieggiano le cicorie. «Che dici ce le facciamo magari con le fave», azzarda il marito, mentre ancora rimiro dolorante i due contenitori di sugo. Il mio ringhio lo riporta a più parchi desideri. «Lesse, le facciamo lesse, o al massimo ripassate in questa buonissima salsa».
E sia, si ricomincia a spentolare, ma prima a pulire e soprattutto lavare le cicorie, che raccolte dal campo sono interamente sporche di terra. Penso di aver consumato tanta di quella acqua da poter irrigare un paio di stati africani, ma tant'è è biologico, non come al supermercato dove la verdura è così pulita ed asettica che ti chiedi da dove venga. Anche lessarle si rivela un impegno non da poco, ci vuole tempo, molto più tempo di quanto ricordassi.

Mentre sono intenta ai fornelli sento miagolare e soffiare il mio gatto. Mi giro e lo trovo con il naso appiccicato al frigorifero, dove pigramente si sta arrampicando una lumaca, scappata sicuramente dal cestino di lattughe lì vicino. Non faccio in tempo a salvarla che viene divorata in un solo boccone.
«Almeno lui sta mangiando un po' di carne» mormora laconico il figlio.
«Pensa se fosse finita nell'insalata – sottolinea il marito – addio dieta vegana». Mi devo trattenere dal lanciar loro un mestolo.

Seconda giornata: avevo chiesto un po' di sedano e il contadino me ne ha data una quantità industriale «Tanto signora va bene con tutto». Certo, ma è una scorta per i prossimi dieci anni. Così, «ideona!» (non ho imparato dall'esperienza della salsa) faccio il pesto di sedano e lascio lavorare il frullatore.
Sbagliato, o meglio attenzione: per quanto si pulisca, il sedano del contadino è il tradizionale «lacciu», alla fine anche il frullatore si arrende, inizia a far fumo e si sente odore di bruciato. Le fibre sono così coriacee che non riesce a venirne a capo neanche la macchina.

Io intanto sono sfinita, ho le mani rovinate e le gambe doloranti dopo tre giorni che cucino melanzane e barbabietole, pulisco lattuga e cicoria, passo pomodori e centrifugo sedani, e non faccio neanche in tempo a finire che figli e marito mangiano tutto!
Non c'è rispetto per chi lavora, mi viene quasi da piangere. «Ok, ho capito, da domani si torna alla dieta petto di pollo arrosto e insalata in busta».

«Dai amore, non far così era tutto buonissimo e poi c'è ancora la zucca». La zucca! Avevo dimenticato la zucca! Non sapevo dove conservarla e allora l’avevo messa sul frigorifero... «Non ci pensate nemmeno, la zucca resta dove è. E poi è bellissimo quel punto d'arancione sul frigo blu».

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