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Muti, la mia infanzia a Molfetta quando in regalo ebbi un violino

Esce oggi l'autobiografia del maestro Riccardo Muti. La Gazzetta del Mezzogiorno pubblica in anteprima alcune pagine del capitolo «Un violino anzichè un giocattolo» con i ricordi della sua infanzia molfettese. «Sono nato a Napoli, nonostante mio padre Domenico fosse medico in Puglia, perché mia madre (che si chiamava Gilda Peli Sellitto) andava assai orgogliosa della sua città e decise, tutte le volte che noi cinque fratelli stavamo per nascere, di prendere il treno, andar lì, partorire e solo quando avevamo qualche giorno riportarci a Molfetta»
Muti, la mia infanzia a Molfetta quando in regalo ebbi un violino
di RICCARDO MUTI 

«Andiam. Incominciate!» ordina Tonio all’inizio dei Pagliacci con la voce tranquilla e metafisica di un Prologo che mi ha accompagnato, come tanta altra musica, per tutti gli anni trascorsi della mia vita. Incominciamo, dunque, chiarendo dove sono nato, perché a questo proposito c’è sempre una grande confusione. Qualcuno mi ritiene pugliese, altri mi ritengono napoletano, e in qualche modo i molfettesi si risentono del fatto che io - per ragioni obiettive - non posso non dire di essere nato a Napoli. Successe il 28 luglio del 1941, durante la guerra, da madre napoletanissima e padre pugliese. Sono nato a Napoli, ma mi riportarono subito a Molfetta, e mantengo dentro di me lo stesso amore per l’una e l’altra patria: amo definirmi un apulo-campano. 

Sono nato a Napoli, nonostante mio padre Domenico fosse medico in Puglia, perché mia madre (che si chiamava Gilda Peli Sellitto) andava assai orgogliosa della sua città e decise, tutte le volte che noi cinque fratelli stavamo per nascere, di prendere il treno, andar lì, partorire e solo quando avevamo qualche giorno riportarci a Molfetta. Appena noi figli raggiungemmo l’età della ragione la trovammo tutti una decisione curiosa: come mai si sottoponeva a un viaggio che, almeno nel mio caso trattandosi del secondo anno di guerra, era lungo, faticoso e persino pericoloso? Glielo domandammo, e lei rispose - senza sapere che almeno uno di noi avrebbe fatto una vita da giramondo in gran parte fuori i confini d’Italia - con una frase cui allora non facemmo caso ma che adesso non può non apparirmi profetica: «Se un giorno andrete in giro per il mondo e finirete, che so io, in America, quando vi chiederanno dove siete nati e risponderete “A Napoli” vi rispetteranno»; pronunciò il verbo aggiungendo alla s una c come sanno fare solo i napoletani. «Se invece diceste “A Molfetta”, dovreste perdere un po’ di tempo a spiegare dov’è.» 

Questo, naturalmente, lo diceva senza arrecare offesa alcuna ai molfettesi: è una grande terra che diede i natali a uomini illustri, non solo all’abate letterato Vito Fornari e al grandissimo pittore Corrado Giaquinto, ma - in epoca più recente - a Gaetano Salvemini (che era imparentato, per via acquisita, alla famiglia di mio padre: erano suoi cugini e in famiglia qualche volta se ne parlava). Mi hanno portato a Molfetta dopo quattordici giorni e lì sono vissuto per sedici anni. 
Ho iniziato gli studi nella scuola elementare intitolata ad Alessandro Manzoni, avendo negli ultimi tre anni per maestro mio nonno Donato Muti: era il direttore e fu mio severissimo insegnante. Una severità che nella mia formazione - da adolescente e poi da giovane - riuscì estremamente importante: tanto nella scuola media che nel liceo (frequentai l’istituto che aveva avuto per allievo il Salvemini) la severità degli insegnanti era una caratteristica costante. Ci davano del «lei» anche alla media, per cui io, ancor oggi, faccio spesso fatica a dare del «tu»: è una questione di educazione. 

Da ragazzino, tuttavia, mi faceva un’enorme impressione questo continuo dar del «lei», specie in circostanze particolari come potevano essere quelle di un rimprovero; allora il rapporto fra professore e scolaro precipitava nell’ossimoro dove non sapevi più se si trattasse di scherno o rispetto: «Lei è un ciuccio!» sentii gridare più di una volta. (...) Mio padre possedeva una bellissima voce tenorile e lo sentivo cantare abitualmente arie di Mascagni e Leoncavallo; anche mio nonno, il severo maestro Donato, che non aveva troppa voce, era abituato a cantare: abbastanza spesso le arie di Norma e, una volta, lo sentii perfino accennare un’aria dell’Attila. L’amore per l’opera infatti era immenso in famiglia (come del resto negli strati più eterogenei della popolazione) e lo teneva in vita, per gran parte, l’abitudine alle bande, che con le fantasie operistiche portavano la musica fra la gente (quasi nessuno aveva i dischi, molti non possedevano neppure una radio). 

Mi portarono la prima volta al teatro Petruzzelli di Bari che avevo tre anni, io stavo in braccio al cocchiere e ascoltai l’Aida - mi dissero - senza piangere e senza dar fastidio. Così mio padre volle che tutti i figli cominciassero in qualche modo a studiare musica: per lui era un insegnamento fondamentale nell’educazione, un bagaglio senza il quale non si era una persona completa. Ai miei fratelli toccarono una chitarra e una fisarmonica, perché - credo - scelsero quelle. Io non ci pensavo proprio, non mi interessava, e perciò non avevo scelto nulla. Il giorno di «Santa Nicola» (come vuole il dialetto), il 6 dicembre, si danno a Molfetta i regali ai bimbi (come a Natale o alla Befana per gli altri bambini italiani). A me arrivò, quella mattina lontanissima del 1948, un piccolo astuccio con un violino da due quarti. Terribile la mia delusione: non c’era un giocattolo. 

Al contrario era lì, sotto i miei occhi, il segnale che qualcosa di tremendo mi aspettava ed era sul punto di cominciare. Infatti presto mi assegnarono un’insegnante di solfeggio; me la ricordo ancora: era giovane, bionda. Il mio odio per il solfeggio però rimase tale che in tre mesi non raggiunsi alcun risultato, la mia testa recalcitrava e non voleva proprio imparare: la signorina bionda indicava un rigo sul pentagramma, io tiravo a caso e non riconoscevo una nota; fu così che lei chiese a mio padre di lasciar perdere. L’aveva convinto ed egli stava, seppur a malincuore, rinunciando: un figlio senza musica, pazienza. Mia madre invece, suscitando il mio stupore (perché non nutriva per la musica alcun particolare interesse), ebbe un’uscita strana: «Aspettiamo ancora un mese»; era spesso in famiglia la persona cui spettavano le decisioni, come si diceva allora, «irrevocabili». 

Non so perché lo disse né so quello che scattò dentro di me, ma tutto mi si chiarì in una notte: al mattino dopo, davanti all’insegnante, riconobbi le note alla svelta e perfino con una certa baldanza. Così potei passare dal solfeggio al violino, e fu mio primo insegnante il maestro Aldo Gigante, il quale cominciò a mostrarmi le posizioni della mano sinistra sulla cordiera, la tecnica dell’arco, insomma i primi rudimenti. L’inizio fu faticoso: provavo la produzione del suono sulla corda vuota davanti a una finestra di casa che dava su piazza Paradiso e vedevo i miei coetanei giocare a pallone; era difficile da quel punto di vista non odiare il violino. E per una seconda volta i miei progressi si misero a camminare lentissimi. 

A un certo punto, non ricordo come, ebbi di nuovo un repentino mutamento: feci un balzo avanti, tanto che nel 1950 fui in grado di eseguire, accompagnato da Gigante al pianoforte, un concerto di Vivaldi in La maggiore di fronte a una platea di trecento seminaristi «pontifici». La notizia comparve sulla «Gazzetta del Mezzogiorno»: fu una serata in cui una piccola orchestra e il coro del seminario eseguirono musica dopo di me (fra i seminaristi c’era chi poi divenne un vescovo molto noto a Molfetta, sua eccellenza Tonino Bello, e il rettore era Corrado Ursi, il futuro cardinale e arcivescovo di Napoli).

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