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La «macchina» è pronta ora servono i progetti

Mario Draghi sembra aver trovato la mediazione giusta sulla governance del Recovery fund

Draghi-style per azzannare il virus della crisi

Mario Draghi sembra aver trovato la mediazione giusta sulla governance del Recovery fund. Proprio il tema sul quale, tra fine 2020 e gennaio 2021, è stato cucinato a fuoco lento Giuseppe Conte. La soluzione è abbastanza banale.

La gestione di tutti i fondi europei post-Covid (il Recovery fund, appunto) è accentrata sulla presidenza del Consiglio, che la articola su tre livelli: uno politico con i ministri e le Regioni di volta in volta interessati; uno sociale con partiti, sindacati e parti datoriali; uno tecnico gestito dal ministero dell’Economia, a supporto dei precedenti e sempre di concerto con Palazzo Chigi.

Poteva andare bene così anche senza cambiare il governo, ma a fare la differenza ora è Draghi e la sua squadra di tecnici, di fronte ai quali i partiti della grande coalizione hanno fatto un passo di lato, e dai quali l’Europa si sente più tranquillizzata. Che l’obiettivo fosse di concentrare quanto più possibile la fase decisionale a Palazzo Chigi lo dimostra anche lo schema di governance che di fatto è abbastanza sovrapponibile alle articolazioni decisionali già esistenti a livello istituzionale.

Volendo si sarebbe potuto sfruttare il Cipe, Comitato interministeriale per la programmazione economica (dal 1° gennaio 2021 diventato Cipess, aggiungendo nell’acronimio anche le due «s» di Sviluppo sostenibile), nato mezzo secolo fa proprio per il coordinamento delle attività come il Recovery fund. E poi le dispute locali si sarebbero potute risolvere nella Conferenza Stato-Regioni. Ma in questi due organismi il peso della presidenza del Consiglio è più diluito.

Dunque, è il momento del decisionismo. E lo si capisce anche dagli altri provvedimenti preparatori al Recovery plan (l’insieme delle proposte che l’Italia farà all’Ue per poter attingere ai fondi straordinari). Entro questa settimana il Consiglio dei ministri intende approvare il decreto che conterrà sia lo schema di governance che il via libera alle circa tremila assunzioni di personale specializzato da dedicare a questo imponente capitolo di sviluppo. E poi c’è il decreto Semplificazioni, che punta e ridurre al massimo le procedure autorizzative per i lavori pubblici.

Riassumendo in estrema sintesi: un centro decisionale forte (la presidenza del Consiglio) si avvarrà di norme snelle (decreto Semplificazioni) da far applicare a personale specifico (le 3mila assunzioni) per sfruttare velocemente e al meglio i fondi europei. In questo schema, le proteste degli ultimi giorni di partiti, sindacati e Confindustria sembrano destinate a finire sul tavolo sociale della cabina di regia, quasi uno sfogatoio i cui esiti appaiono in secondo piano rispetto al resto.

La preoccupazione principale di Mario Draghi e della sua squadra è evitare il disastro di ognuno degli ultimi trent’anni trascorsi con l’Italia incapace di spendere una media annua di dieci miliardi di fondi europei destinati soprattutto al Sud. E il tesoro destinato, adesso, al nostro Paese non è di poco conto.

Lo schema-Draghi riguarda gli oltre duecento miliardi straordinari del Recovery fund ma l’importo raddoppia, almeno, sommando tutte le altre fonti: gli investimenti della Bei, i fondi del Mes, il piano Sure e le risorse ordinarie destinate all’Italia dal bilancio europeo: in tutto, quasi 500 miliardi di euro per i prossimi cinque anni.

Ma guardiamo avanti: abbiamo capito che ci sono tantissimi soldi da spendere per la ripresa dell’Italia; abbiamo capito, anche, che Draghi sta mettendo a punto una macchina snella e competente (si spera) per sfruttarli al meglio. Manca ancora, tuttavia, un tassello fondamentale. Tutto questo per fare che cosa?

Non è ancora chiarissimo quali siano i progetti che Roma presenterà a Bruxelles, per farli finanziare. È vero che l’Unione europea vuole certezze sulla governance ma non dimentichiamo che i danari vengono erogati a stati di avanzamento di lavori per i quali non abbiamo ancora neppure i progetti di massima.

La vera sfida, adesso, sarà evitare che i tavoli si tramutino in giganteschi assalti alla diligenza dove ognuno vorrà avere il bollo del governo sul progetto che gli sta a cuore.

Draghi sta facendo bene a preparare un contenitore solido, ma senza progetti e contenuti ragionati rischia di diventare una bellissima scatola vuota.

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