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Slitta per la seconda volta, sicuramente al 2021, l’avvio del processo nei confronti di Flavio D’Introno, l’imprenditore di Corato che con le sue rivelazioni ha portato alle condanne degli ex giudici di Trani, Michele Nardi, Antonio Savasta e Luigi Scimè. Stamattina a Lecce il gup Sergio Mario Tosi stabilirà un nuovo rinvio dell’udienza preliminare nei confronti di D’Introno, la cui posizione era stata stralciata da quella di tutti gli altri.

D’Introno è il perno centrale di tutta l’indagine e anche del processo che due settimane fa ha portato il Tribunale a condannare Nardi a 19 anni e 10 mesi. Anche per questo la difesa dell’imprenditore (tutt’ora in carcere a Trani per scontare la condanna definitiva per usura che, in base all’indagine, avrebbe tentato di evitare comprando i giudici) sta provando a concordare un patteggiamento con la Procura. Ma la situazione è delicata proprio perché, in base alla stessa accusa del pm Roberta Licci, D’Introno non sarebbe una vittima ma un complice di Nardi e Savasta: e secondo la Procura non sarebbe possibile applicargli i benefici che la legge «spazzacorrotti» concede a chi denuncia una mazzetta.

Savasta, Nardi e D’Introno sono insomma considerati complici (già a partire dal 2012) nell’associazione per delinquere che avrebbe truccato la giustizia nel Tribunale di Trani con «la germinazione abnorme di procedimenti». Una ipotesi di patteggiamento, che potrebbe attestarsi sui tre anni, dovrebbe tenere conto di questa impostazione. Ma - sostiene la difesa di D’Introno (avvocato Vera Guelfi) non potrebbe non riconoscere all’imprenditore coratino lo «sconto» previsto per chi collabora, visto il suo ruolo fondamentale nel processo. E se non ci sarà patteggiamento, bisognerà capire se l’imprenditore sceglierà l’abbreviato o vorrà andare a dibattimento.

Le motivazioni della sentenza che ha condannato in abbreviato Savasta (10 anni) e Scime (4 anni) confermano del resto che, al netto di alcune sbavature, D’Introno è stato ritenuto credibile anche perché ha dimostrato con i documenti di avere la disponibilità dei soldi utilizzati per corrompere i giudici. Il gup Cinzia Vergine ha analizzato anche il contesto della Procura di Trani già a partire dal 2003 con i casi degli imprenditori Ferri e Casillo, gli stessi che hanno raccontato di aver pagato per uscire dalla morsa di Nardi e Savasta che li avrebbe portati in carcere. La loro storia viene ritenuta utile a corroborare lo «scenario preesistente» all’interno della sede giudiziaria tranese, ma il gup esprime tra le righe un giudizio negativo sulla condotta «di quegli imprenditori diversi da D’Introno i quali, solo dopo l’esecuzione della misura nei confronti di Nardi, Savasta e gli altri, si sono sentiti di presentarsi all'autorità giudiziaria e di raccontare finalmente, anche la propria vicenda. Fatti che palesano la propria rilevanza benché non oggetto di contestazione specifica in questa sede» perché, appunto, coperti dalla prescrizione: ma i Casillo, ad esempio, hanno raccontato che Nardi e Savasta avrebbero chiesto loro 250mila euro per ciascun fratello - e dunque un milione di euro - per evitare un coinvolgimento ingiusto nella vicenda del grano contaminato. Richieste che, a giudizio del gup, sarebbero indicative di un modus operandi dei giudici di Trani.

Nardi e Savasta avrebbero insomma messo in atto una «certosina modalità di individuazione della vittima, imprenditore, danaroso, in momentanea difficoltà per i motivi più svariati, in qualche misura riconducibili a fatti di giustizia». Uno schema che si sarebbe poi ripetuto anche per l’altro imprenditore di Corato, Paolo Tarantini, che sarebbe stato costretto a pagare per evitare una (falsa) indagine per reati fiscali: una concussione piena, sia secondo il gup Vergine che secondo il Tribunale, perché effettuata nei confronti di un privato cittadino che poi ha avuto il coraggio di raccontare tutto. Una vicenda che è emersa però grazie a uno dei colloqui che D’Introno registra con Savasta: al solo sentire il nome dell’imprenditore delle agenzie di viaggio, l’ex pm nel frattempo trasferito al Tribunale di Roma si spaventa («Non conviene, sto pure io in mezzo»).

La vicenda dell’abbreviato merita un’ultima annotazione. Dalle motivazioni si evince da un lato che il gup ha ritenuto di concedere a Savasta (oltre che la collaborazione) le attenuanti generiche non richieste dalla Procura, e dall’altro che la condanna di Scimè a quattro anni è dovuta a «errore materiale» dello stesso gup, che non ha considerato la continuazione e una aggravante al reato di concussione: altrimenti la pena sarebbe stata di quattro anni e quattro mesi, la stessa richiesta presentata dall’accusa. Tutti i condannati presenteranno ricorso in appello.

(foto Luca Turi)

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