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Ambiente

«Rifiuti speciali, Puglia prima al Sud»: in un anno 8,9 mln di tonnellate

Per l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale è il 6,2% del totale nazionale

«Rifiuti speciali, Puglia prima al Sud»

Rifiuti pericolosi che sfrigolano, tra fiamme e sbuffi di fumo acre. Tutt’attorno una discarica abusiva di 10 mila metri quadrati e lì, tra mucchi appestati di materiale plastico e ferroso, un allevamento di 8 equini (cavalli, pony e asini), 11 ovini (capre e pecore) e 72 tra piccioni, galline e oche, ingrassati a veleni e diossine. Questo abominio non si riferisce a una derelitta baraccopoli d’un qualche esotico Paese, è il rapporto di una delle ultime operazioni condotte dai Carabinieri in Puglia, alle porte del capoluogo (a Ceglie del Campo), 10 giorni fa.

Il presunto responsabile, un pluripregiudicato, è stato denunciato. Così come, al porto di Bari, vengono denunciati quei camionisti scoperti a esportare illecitamente i rifiuti. Sì perché, come ha chiarito alla «Gazzetta» il direttore della Direzione interregionale per la Puglia, il Molise e la Basilicata dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, Marco Cutaia, il territorio pugliese è banchina di scarico per droga e sigarette e punto di imbarco per scarti pericolosi. In Puglia – le parole di Cutaia - «per quanto riguarda l’attività portuale, i traffici sono essenzialmente quelli con i Balcani, quindi traghetti con passeggeri e merci (i traghetti portano camion completi di motrice e carico o anche solo container). Quella lì è un’area particolare per quanto riguarda fenomeni di criminalità connessi al contrabbando di sigarette, al traffico di droga, merce contraffatta e di rifiuti. I primi essenzialmente diretti verso l’Italia, mentre i rifiuti li esportiamo». Illegalmente, pagando pegno ai criminali.

Le maglie larghe - Il guardiano della discarica e il camionista, è evidente, sono soltanto la manovalanza del grande business del traffico illecito di rifiuti. Un affare colossale che consente alle imprese di aggirare le leggi: risparmiano i costi dello smaltimento, avvelenando ambiente ed esseri umani. Ma come è possibile che i rifiuti speciali non siano tracciati? Forse, oltre che più controlli, ci vorrebbero leggi migliori. Un esempio? L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) ha appena pubblicato il Rapporto annuale 2020 sui rifiuti speciali, un tomo di oltre 600 pagine che, forse non a caso, si apre chiarendo che neppure il mondo dei rifiuti «leciti» è censibile con precisione. I dati, infatti, derivano sia dalle «banche dati del

Modello unico di dichiarazione ambientale» con le dichiarazioni annuali delle imprese sia, per forza di cose, con dati di stima, giacché in Italia ci sono «settori produttivi che, ai sensi della normativa vigente, risultano interamente o parzialmente esentati dall’obbligo di dichiarazione» e, inoltre, per i rifiuti speciali non pericolosi «sono esclusi dall’obbligo di presentazione della dichiarazione i produttori iniziali con meno di 10 dipendenti».

I rifiuti «emersi» - Gli scienziati Ispra, quindi, si occupano solo di rifiuti legali, emersi. Spiegano che «la produzione nazionale di rifiuti speciali, nel 2018, si attesta a circa 143,5 milioni di tonnellate» (+3,3% rispetto al 2017), e «il quantitativo di rifiuti speciali pericolosi prodotto supera i 10 milioni di tonnellate» (+3,9%). La regione che produce questi ultimi in maggior quantità è la Lombardia mentre «al Sud la Campania e la Puglia sono le regioni che presentano i valori maggiori di produzione di rifiuti pericolosi, in entrambe prossime o di poco superiori a 370mila tonnellate, corrispondenti al 20,2% e al 19,7% del totale prodotto da questa macroarea».

In Puglia, «nel 2018 – spiega il Rapporto - la produzione regionale di rifiuti speciali si attesta a quasi 8,9 milioni di tonnellate, il 6,2% del totale nazionale». Quasi quanto il Lazio. In pratica è la prima regione del Sud, «copre il 26,5% del totale della macroarea geografica, seguita dalla Campania con 7,3 milioni di tonnellate (21,7%) e dalla Sicilia con 7,2 milioni di tonnellate (21,6%)». «Il 95,8% (8,5 milioni di tonnellate) è costituito da rifiuti non pericolosi e il restante 4,2% (368 mila tonnellate) da rifiuti pericolosi. Le principali tipologie di rifiuti prodotte (in Puglia; ndr) sono rappresentate dai rifiuti delle operazioni di costruzione e demolizione (42,9% della produzione regionale totale) e da quelli derivanti dal trattamento dei rifiuti e delle acque reflue (29,5%)». Quanto alla Basilicata «la produzione regionale di rifiuti speciali si attesta a quasi 2,2 milioni di tonnellate, l’1,5% del totale nazionale. Il 93,7% (oltre 2 milioni di tonnellate) è costituito da rifiuti non pericolosi e il restante 6,3% (137 mila tonnellate) da rifiuti pericolosi».

Eppure, mentre i rifiuti speciali pericolosi inceneriti in Puglia sono 6.556 tonnellate, in Basilicata sono quattro volte tanto: 25.019 tonnellate. E, mentre la Puglia ha più che dimezzato la quantità di rifiuti pericolosi conferiti in discarica (da 8.039 tonnellate del 2017 a 3.239 del 2018), la Basilicata li ha aumentati (12.541 tonnellate nel 2017, 18.226 nel 2018). C’è anche da dire che, come spiega Ispra, «la Puglia, che avvia a discarica circa 1,33 milioni di tonnellate di rifiuti non pericolosi (11,9% del totale nazionale), fa registrare una decrescita del 21,4% (-344 mila tonnellate) rispetto al 2017, dovuta, principalmente, ad un minor contributo di rifiuti provenienti dall’industria siderurgica».

L’import di rifiuti pericolosi  - Il Rapporto illumina anche un interessante aspetto dell’import/export legale di rifiuti. La Puglia, per esempio, è la sesta regione d’Italia per quantità esportate di rifiuti non pericolosi: nel 2018 erano 135.681 tonnellate (2.048 le tonnellate partite dalla Basilicata). Nessuna delle due regioni ha mandato all’estero rifiuti pericolosi. In compenso però, la Puglia ha importato una tonnellata di rifiuti pericolosi e 380 tonnellate di rifiuti non pericolosi (239 quelli importati dalla Basilicata).

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