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Francesco Paolo Sisto

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L’11 maggio scadrà il periodo di sospensione che ha finora sostanzialmente «congelato» la macchina giudiziaria italiana. Da quella data fino al 30 giugno si apre però una parentesi inedita che il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, vorrebbe integralmente consegnare all’avvento del processo penale «da remoto» o telematico. A questa eventualità si sono opposti in molti, addetti ai lavori e non, riuscendo a strappare al Governo un accordo che sottragga alla «smaterializzazione» del processo almeno l’ascolto dei testimoni e la discussione. In prima linea nella battaglia, l’avvocato e deputato di Forza Italia, Francesco Paolo Sisto.

Sisto, cosa non la convince del processo da remoto?

«Il processo da remoto è una astruseria impensabile, una odiosa speculazione sull’emergenza, costituzionalmente non consentita : ma che il ministro Alfonso Bonafede, che della Costituzione non sa che farsene, autorevolmente supportato da Piercamillo Davigo, ha cercato di far passare con il solito sistema dell’emendamento “nottetempo”, una sorta di borseggio parlamentare. Una scelta inspiegabile con termini tutti sospesi , che non è stata propria di alcun Paese europeo toccato dalla pandemia».

Cosa non va tecnicamente?

«Si tratterebbe di un vero e proprio omicidio del processo con la distruzione di alcuni principi cardine stabiliti dall’articolo 111 della Costituzione: contraddittorio, oralità, pubblicità»

Questi principi verrebbero meno?

«Senza dubbio. La giurisdizione esige il controllo fisico: devo poter guardare in faccia il giudice, lui deve poter osservare me, così come il pm. Il testimone va sempre plasticamente valutato e i documenti esaminati nella loro materialità».

La rimozione del «controllo fisIco» cosa comporterebbe?

«L’indebolimento del dibattimento che è il luogo dove si forma la prova. Se tanto avvenisse, l’unico risultato sarebbe quello di conferire alle indagini un peso determinante. Proprio nella fase delle indagini c’è un enorme squilibrio fra accusa e difesa. La difesa però torna protagonista nel dibattimento. Se depotenziamo il contraddittorio rendiamo le Procure “maggioranza e maggiorenti” del processo. Sarebbe l’asfissia dei diritti della difesa. D’altronde da Bonafede, il peggior Guardasigilli degli ultimi cinquant’anni, non è arrivato finora alcun beneficio, se non per il giustizialismo, folgorato com’è da una inguaribile passione per le manette».

Non c’è nulla che le piaccia nella svolta telematica?

«Le forme virtuali vanno bene per lo scambio e il deposito dei documenti, compresi gli atti di impugnazione, oggi esclusi da tale modalità. Stop. La tecnologia va utilizzata in conformità ai principi e per servirli. La sua irruzione non costituisce sempre un miglioramento , anzi: una riflessione sul trasferimento “trash” della comunicazione politica sui social dovrebbe fare riflettere»

Premesso tutto questo, cosa è successo in Parlamento?

«Bonafede ha cercato di far passare il processo “a distanza” ( dove sarà il Giudice ? Ah, saperlo ...) con un emendamento al Cura Italia, passato con la fiducia al Senato . Trattandosi di un provvedimento praticamente omnibus - altra aberrazione - , dove c’è dentro un po’ di tutto, dalle misure urgenti per l’economia in giù , non è stato possibile farlo riaprire alla Camera»

E quindi?

«Abbiamo fatto una battaglia durissima cercando anche di stanare il Pd, in evidente imbarazzo. Alla fine la Commissione Giustizia, a cui ho partecipato, si è espressa specificando che escussione dei testimoni e discussione non possono e non devono effettuarsi da remoto».

La presa di posizione è servita?

«Con identici due ordini del giorno, uno di Forza Italia e uno del Pd, l’esecutivo ha dato disponibilità a modificare il processo da remoto nel prossimo provvedimento. Cioè nel “dl Aprile”, in arrivo nella prima settimana di maggio»

Tutto risolto?

«Guardi, abbiamo accolto la notizia con favore, ma la guardia resta altissima. Anche perché nella riformulazione notturna degli ordini del giorno, qualcuno ha cercato di fare il furbo: il riferimento alla discussione era magicamente saltato. Inutile dire che ci siamo sollevati immediatamente, ottenendo l’immediato ripristino della scelta originaria».

Dal 30 giugno in poi si dovrebbe tornare gradualmente alla normalità. O no?

«Voglio esser chiaro: pur con tutte le cautele del caso, questa “cosa” deve finire il 30 giugno, nessuno sogni di andare oltre. Qualcuno, senza pudore, ha dichiarato che questa pericolosa trovata, pensata per 45 giorni, dovrebbe pensarsi come stabile soluzione, fedele al principio, tutto nostrano, che non c’è nulla di più definitivo del provvisorio: con buona pace del dott. Davigo, “questo matrimonio non s’ha da fare”. Sono in gioco il diritto di difesa dei cittadini, l’equilibrio dei poteri nello Stato, la stessa tenuta della democrazia».

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