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La decisione

Sanità, Regione libera di rideterminare tetti di spesa degli ospedali privati

Il Consiglio di Stato ha ribaltato la pronuncia del Tar di Bari: il meccanismo ipotizzato nel 2016 non entrerà in vigore

mater dei

l'ingresso della clinica Mater Dei

La Regione è libera di rideterminare i tetti di spesa degli ospedali privati, che firmando i contratti con le Asl si obbligano ad accettarli. Il Consiglio di Stato ha chiuso così, ribaltando la pronuncia del Tar di Bari, quella che era stata definita come la guerra delle case di cura. Una spaccatura nata sui criteri per la ripartizione di una torta da 450 milioni di euro l’anno, criteri elaborati, poi cambiati in corsa e - infine - sospesi a tempo indeterminato.


La conseguenza della sentenza (2075/2019) è che si resta al tetto storico anche per il 2019: i baresi di Cbh (che gestiscono la Mater Dei, il più grande ospedale privato pugliese) avevano impugnato gli atti con cui la giunta regionale aveva sospeso per il 2017 e il 2018 l’algoritmo introdotto dalla Regione per rimodulare la suddivisione dei fondi. In primo grado il Tar aveva accolto il ricorso, ma poi il Consiglio di Stato aveva dapprima sospeso la sentenza e quindi (giovedì) ribaltato la decisione.
Più che i motivi giuridici, è importante il contesto. L’algoritmo è infatti destinato ad andare in pensione senza aver mai lavorato un giorno. Questo perché il terzo criterio, inserito in corsa proprio su richiesta di Cbh, non funziona: l’indice di molteplicità assistenziale (la «varietà» di interventi effettuati in un anno), pensato per premiare chi diversifica l’offerta sanitaria, rischia di favorire i furbi. Per ottenere il massimo punteggio, infatti, sarebbe bastato garantire ogni anno un singolo intervento per ciascuno dei Drg (il «listino prezzi» con cui si rimborsa la sanità privata).


Prima della sentenza, e nel timore che Palazzo Spada potesse respingere il ricorso, la giunta regionale aveva preparato una delibera che revocava tutte quelle precedenti e introduceva un nuovo meccanismo. Il provvedimento non è stato approvato (è arrivato fuori tempo massimo rispetto alla decisione della causa), ma i contenuti restano validi. Dopo numerosi incontri tra le organizzazioni datoriali (Aris per la sanità ecclesiastica, Confindustria Sanità, Aiop e gli «scissionisti» di Arsota in cui è confluita anche Cbh) si è infatti deciso di mantenere i tetti storici, con una sforbiciata al tetto (circa 36 milioni) per i pazienti di fuori regione e con la previsione di istituire un nuovo «fondino» per la riduzione della mobilità passiva. Si tratta di 15 milioni, che andranno trovati nel fondo sanitario regionale, da dividere tra chi offrirà quelle prestazioni (alluce valgo, chirurgia bariatrica, alcuni interventi di ortopedia e oncologia) per le quali i pugliesi si rivolgono altrove con maggiore frequenza. Il nuovo provvedimento, che terrà conto anche della sentenza, dovrebbe essere approvato nella giunta in programma la prossima settimana.


La sanità privata pugliese (28 case di cura, più ambulatori e centri di riabilitazione) è monopolizzata da due grandi operatori. Da un lato Cbh, dall’altro c’è il gruppo emiliano Gvm, presente nel Barese ma anche a Lecce e a Taranto. Proprio l’entrata in rotta di collisione di questi gruppi ha portato allo stallo sull’algoritmo e, poi, anche alla scissione dell’Aiop (in cui è rimasta Gvm).
I rapporti con la sanità privata sono del resto uno degli argomenti oggetto di monitoraggio in sede ministeriale per il Piano operativo, il commissariamento soft che doveva concludersi entro il 31 dicembre. Sul punto le prime verifiche avevano fatto emergere qualche criticità sia in merito al rispetto dei budget nel corso del 2017, sia per i tempi di sottoscrizione dei contratti che - di solito - arrivano ad anno quasi finito.

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