Martedì 25 Giugno 2019 | 22:08

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L'ex pm Savasta

Un avviso di garanzia per reati fiscali, notificato a un noto imprenditore di Corato. Il sospetto, fortissimo, che possa trattarsi di una indagine fantasma, con un numero di «Rg» che non trova corrispondenza nei registri informatici della Procura di Trani. È l’oggetto di un nuovo filone di inchiesta partito da Lecce sui magistrati arrestati il 13 gennaio con le accuse - tra l’altro - di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio.
I carabinieri, su delega della pm Roberta Licci, hanno ascoltato due poliziotti del commissariato di Corato, lo stesso ufficio dove era in servizio l’ispettore Vincenzo Di Chiaro, anche lui finito in carcere con l’accusa di far parte dell’associazione per delinquere che avrebbe truccato le indagini in cambio di soldi da parte dell’imprenditore Flavio D’Introno, il primo «pentito» del «Tranigate». Non l’unico. Perché anche D’Introno, durante un interrogatorio, avrebbe fatto una serie di ammissioni sia a proposito delle contestazioni contenute nell’ordinanza di custodia cautelare, sia su una serie di circostanze nuove.


La stranezza del caso oggetto delle verifiche affidate ai Carabinieri di Lecce è proprio l’irritualità della notifica di una indagine per reati fiscali, a firma del pm Savasta, effettuata dalla Polizia di Stato: per questo sono stati ascoltati i due agenti che l’hanno effettuata. Ma soprattutto, del fascicolo per false fatture a carico dell’impresa di cui parliamo, non ci sarebbe traccia al «Re.ge.» della Procura di Trani. I magistrati salentini vogliono chiarire proprio queste circostanze, oltre che il ruolo assunto da un avvocato di fiducia degli imprenditori. Imprenditori che - se i sospetti saranno confermati - assumerebbero la veste di vittime.


E se fosse così, non sarebbe la prima volta che Savasta fa ricorso ad atti falsi per ottenere qualcosa da alcuni imprenditori. La Procura di Lecce gli ha già contestato un modus operandi simile nel caso di un’indagine aperta su denuncia di Giuseppe D’Introno, fratello di Flavio, anche lui indagato. Un fascicolo che - sempre secondo l’accusa, riassunta nell’ordinanza di custodia cautelare - sarebbe servito a mettere in piedi un «golpe aziendale». Per questa storia la Procura contesta tra l’altro a Savasta, Di Chiaro e all’altro poliziotto Francesco Palmentura i reati di falso ideologico, falso materiale e soppressione di atti.
«Nel maggio del 2016 - ha messo a verbale Flavio D’Introno - mio padre si trovava in Brasile. Approfittando della sua assenza ho tentato di far convocare l'assemblea dei soci per acquisire il controllo dell’azienda San Nicola. L’ordine di convocazione fu emesso da Savasta per farmi un favore perché non rientrava nelle competenze del pubblico ministero. L’ordine di convocazione fu mostrato al commercialista Strippoli perché convocasse l’assemblea. Non doveva essere notificato ma solo esibito».

Un «favore» che D’Introno dice di aver pagato 30mila euro a Savasta, nell’ambito dei 300mila che l’imprenditore afferma di aver consegnato all’ex pm. «Effettivamente - annota l’accusa - il 16 ed il 17 maggio 2016 sono state intercettate diverse conversazioni che provano quanto di seguito riportato: Di Chiaro ed il collega Palmentura nei giorni del 16 e 17 maggio si sono recati presso il commercialista e presidente del collegio sindacale Strippoli Cataldo per acquisire della documentazione e fargli convocare l’assemblea dei soci cosi come indicato da D’Introno». Ma dopo che Cataldo si è presentato da Savasta per chiedere spiegazioni su quello strano atto (peraltro inutile, perché Flavio D’Introno non aveva comunque la maggioranza), il magistrato dà tutta la colpa ai poliziotti e li richiama per far sparire la copia dell’atto.

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