Martedì 21 Maggio 2019 | 00:57

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Puglia, resta un «buco» da 372 milioni nell’efficienza degli ospedali

I dati dell’aress su quanto si dovrebbe spendere in base ai parametri ministeriali. Difficile rispettare i costi standard. Gorgoni: «Ma stiamo migliorando»

Da Ares a Aress, ecco come cambierà l'Agenzia sanitaria

BARI - Dal 2015 al 2016 il sistema ospedaliero pugliese ha recuperato efficienza per 135 milioni di euro. È la differenza, valutata dai tecnici dell’Aress, tra la spesa dei due anni calcolata in base ai costi standard. E non è un esercizio sterile. I costi standard sono infatti il meccanismo utilizzato dal ministero per ripartire il fondo sanitario tra le Regioni: applicando questo criterio (la tabella accanto mostra i dettagli), la Puglia nel 2016 avrebbe dovuto spendere 2,31 miliardi contro i 2,682 reali. La differenza, 372 milioni, è una misura di «inefficienza» del sistema.

Non significa, però, che quei 372 milioni vadano tagliati, né che siano necessariamente un indice di spreco. Significa piuttosto che, nell’allocazione delle risorse, l’assistenza ospedaliera sta «rubando» 372 milioni ad altre funzioni (molto probabilmente, l’assistenza territoriale) e che dunque la riorganizzazione del sistema dovrebbe portare a un riequilibrio. «Il recupero effettuato nel 2016 sul 2015 - argomenta Giovanni Gorgoni, direttore generale dell’Agenzia regionale per i servizi socio-sanitari - è indice di un sistema che si sta evolvendo verso la maggior efficienza. Il miglioramento si è avuto soprattutto sulla riduzione dei costi effettivi, calati di ben 209 milioni». Meno bene va sulla spesa per il personale (che cresce da 91 a 135 milioni) e per la farmaceutica, che si conferma fuori controllo. Ma le medie nascondono le singole performance: la Asl Bari ha ridotto le differenze rispetto ai costi standard dai 103 milioni del 2015 ai 45 del 2016, mentre la Asl Brindisi è già al di sotto del parametro di riferimento. Viceversa la Asl Bat (che nel 2015 era in linea) e la Asl Foggia nel periodo considerato hanno aumentato il divario. «Tuttavia - fa notare Gorgoni - il 2016 è l’anno in cui la Puglia ha superato l’esame dei Lea, ha visto passare da un terzo al 50% gli ospedali virtuosi in base al Piano nazionale esiti, ed ha mostrato netti miglioramenti con gli obiettivi valutati dal Sant’Anna». Tutti cambiamenti che, però, devono tradursi in miglioramenti percepibili dell’assistenza al cittadino.

Il sistema dei costi standard, che è alla base dei modelli di federalismo (si utilizza per il trasferimento dei finanziamenti ai Comuni, all’Università e ora anche per il fondo trasporti), non è tuttavia un sistema perfetto. Ieri, nel corso dell’ottavo congresso nazionale del Nisan (stamattina la conclusione a Bari) è emerso il caso della rete oncologica pugliese. Il costo dei soli reparti di oncologia (cioè escluso le chirurgie e l’assistenza territoriale) è pari a 120 milioni di euro, contro i 112 calcolati a costo standard. Bene, no? Le stesse prestazioni, calcolate a tariffa Drg (il «listino» della sanità, che non si applica solo a tutto il mondo privato ma anche agli Irccs) valgono appena 17,4 milioni. È vero che per rendere confrontabili i due dati, da quei 120 milioni vanno sottratti i 71,32 milioni della spesa farmaceutica (che sono rimborsati a parte). Ma è pure vero che i piani di rientro ospedalieri, quelli richiesti Dm 70 per chi non rispetta l’equilibrio costi-ricavi, utilizzano come criterio proprio i Drg: c’è insomma il rischio di colpire, nella foga di far quadrare i conti, proprio un pilastro di assistenza come la medicina oncologica.

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