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su uno dei capi della banda

Furto al caveau, spuntano
nuove intercettazioni

Furto al caveau,  spuntano nuove intercettazioni

La Procura chiede la trascrizione di ulteriori intercettazioni che riguardano un imputato romano, uno dei due presunti capi della «banda del caveau», nel nuovo processo «Goldfinger» a 20 imputati accusati a vario titolo di associazione per delinquere; un furto da 15 milioni messo a segno nel caveau delle cassette di sicurezza del Banco di Napoli di piazza Puglia nel marzo del 2012; un progetto di furto analogo nel caveau di una gioieleria al centro commerciale «Mongolfiera» di viale degli Aviatori sventato nell’agosto di quello stesso anno dagli agenti della sezione antirapina della squadra mobile; ricettazione; riciclaggio di parte dei soldi rubati; calunnia; favoreggiamento e altri reati minori. Gli imputati sono 20 tra foggiani, romani, marchigiani e torinesi e si dicono innocenti.

Persi due anni di udienze Il processo era cominciato l’11 novembre del 2015 - otto mesi dopo il blitz del 10 marzo di quell’anno contrassegnato dall’arresto di 13 persone da parte della squadra mobile su ordinanze del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Foggia - davanti ai giudici del Tribunale di Foggia. Nell’arco di due anni erano stati ascoltati quasi tutti i 40 testimoni dell’accusa, tra poliziotti che condussero le indagini, dipendenti bancari, consulenti che hanno ricostruito come furono elusi i sistemi di sorveglianza della banca per poter mettere a segno il clamoroso colpo nel caveau, il secondo per entità della storia della criminalità foggiana (dopo quello da 40 miliardi di lire nel caveau delle cassette di sicurezza del Banco di Roma di piazza Cavour del Ferragosto del ‘97). Erano quindi in programma gli interrogatori dei proprietari delle 147 cassette di sicurezza svaligiate (ce n’erano 500 di cassette nel caveau dell’istituto di credito, altre 150 furono manomesse ma non «ripulite») quando si è verificato l’...intoppo che ha riportato le lancette al punto di partenza. Il cambio del collegio giudicante con la sostituzione del presidente e di uno dei due giudici a latere, il 18 dicembre scorso ha imposto lo stop e la necessità di dover ripartire da zero e quindi dover ricitare in aula e riascoltare tutti i testi già sfilati in Tribunale: di fronte al cambio di due dei tre giudici il nutrito collegio difensivo non ha infatti prestato il consenso a recuperare gli atti istruttori già svolti.

Ben 1261 i testi citati Adesso la prima udienza del nuovo processo è stata contrassegnata dalla richiesta-bis di ammissione delle prove avanzate dal pubblico ministero, dalle parti civili (banca svaligiata e alcuni titolari di cassette di sicurezza) e dal nutrito collegio difensivo, che si sono sostanzialmente richiamati alle richieste già avanzate nelle fasi preliminari del primo processo: sono ben 1261 i testimoni citati dalle varie parti processuali. Anche se molti di questi testi indicati da accusa (circa 180) e difesa sono in comune, l’istruttoria dibattimentale sarà comunque e necessariamente molto lunga: peraltro tutti gli imputati inizialmente detenuti per questa vicenda sono da tempo tornati in libertà, ragion per cui non si corre quindi alcun rischio di scadenza termini di carcerazione preventiva né quello di prescrizione in relazione alle principali imputazioni.

Il mago delle casseforti L’accusa contro gli imputati principali (in 7 rispondono del maxi-furto da 15 milioni, ci sono anche un paio di guardie giurate in servizio alla banca svaligiata all’epoca dei fatti che nell’ottica accusatoria avrebbero agevolato il lavoro della banda; il reato di associazione per delinquere viene contestato invece a 8 persone) poggia anche su intercettazioni telefoniche e ambientali, alcune delle quali eseguite anche nella sala colloqui della casa circondariale foggiana. Le intercettazioni sono già state trascritte durante il primo processo poi annullato, quindi sono già agli atti. La Procura ha ora chiesto di integrare le trascrizioni già eseguite con ulteriori trascrizioni di intercettazioni che riguardano il romano Stefano Virgili, 67 anni, ritenuto un «mago delle casseforti», e che nel processo «Goldifinger» risponde di associazione per delinquere, concorso nel furto milionario nel caveau della banca e del progetto di furto sventato dalla squadra mobile che nell’agosto 2012 scoprì il covo della banda e individuò una mezza dozzina di foggiani e romani, mandando a monte i loro piani, a sentire la campana dell’accusa. Il romano Stefano Virgili e il foggiano Olinto Bonalumi sono ritenuti dalla Procura i capi della gang specializzata nei furti in banche e gioiellerie, in quanto il duo avrebbe «definito obiettivi, tempi e modalità delle azioni da svolgere, mettendo a punto i singoli piani delittuosi», stando alla contestazione della Procura, contesta dalla difesa.

Convocati i primi 3 testi Si torna in aula nei prossimi giorni per affidare l’incarico al perito per la trascrizione di queste nuove intercettazioni chieste dalla Procura; e per l’interrogatorio-bis dei primi tre testi - investigatori che svolsero alcuni accertamenti - già sentiti nel primo processo. Il teste principale dell’accusa è un ispettore della sezione antirapina della squadra mobile che nella prima fase processuale depose per circa 7 ore e per tre udienze consecutive (e doveva essere comunque riascoltato per parlare delle intercettazioni e dell’attribuibilità delle voci captate), raccontando la genesi dell’indagine; i primi sospetti della Polizia su alcuni foggiani; l’individuazione della presunta banda; il sequestro di soldi e gioielli a due sospettati; l’irruzione nell’agosto del 2012 nel covo della gang ritrovatasi in un locale del Villaggio artigiani, poche ore prima che i ladri - dice l’accusa - si preparassero a svaligiare il caveau delle gioiellerie «Sarni» al centro commerciale. In linea di massima il collegio giudicante vorrebbe dedicare un paio di udienze al mese al processo «Goldfinger», il calendario delle udienze dovrebbe essere definito a breve.

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