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la storia di antonio niro

Pentito cambia identità
e il nuovo nome è «pubblico»

L'uomo avrebbe dovuto uccide un magistrato della Dda di Bari. Ora vive con la famiglia al Nord

Pentito cambia identitàe il nuovo nome è «pubblico»

carmela formicola
bariCome si fa a scoprire dove si nasconde un collaboratore di giustizia? Potresti rivolgerti a fonti riservate, infamidiquestura, come si dice in gergo, malavitosi che fanno il doppio gioco oppure criminali spietati che per estorcere un’informazione sanno minacciare e all'occorrenza torturare. Oppure ti affidi al caso. E magari ci riesci senza nemmeno mettere in mezzo la tortura, che non è proprio una pratica piacevole.
Ecco, questa è più o meno la storia di Antonio Niro, un tempo vicino al clan Sinesi Francavilla, una delle potenti cosche del Foggiano, quindi pentito (pentito per salvarsi la vita, ma questa è un'altra storia). Bene. Niro vive in una località segreta a 1.200 chilometri dalla Capitanata. Dove? Preferisce non rivelarlo, almeno alla stampa perché in realtà chi doveva scoprirlo - come già annunciato - lo ha scoperto. Succede che il pentito, concluso il percorso giudiziario, esce dal programma di protezione. Il che non significa che può essere consegnato al «nemico» ma che, semplicemente, non potrà più essere lo Stato ad occuparsene. Cioè a «mantenerlo». Lui, sua moglie e sua figlia campicchiano con un paio di pensioni di invalidità, circa 600 euro al mese. Come si fa ad andare avanti? Il magistrato di sorveglianza gli propone una soluzione: cambia generalità e, con l’aiuto dei servizi sociali, vedi di trovare un lavoro. Giusto.
Così Niro avvia le procedure e si presenta in Prefettura, nella città del Nord Italia dove vive. «Ho spiegato al funzionario la delicatezza del mio caso. Gli ho detto: “quindi mi serve una nuova identità”. Lui mi ha risposto: “ma lei è in pericolo di vita!” Io gli ho rispiegato la faccenda e alla fine ha fatto il suo lavoro».
E in effetti il decreto con le nuove generalità e il nuovo indirizzo viene emesso. Peccato che i solerti uffici governativi lo mandano al suo Comune originario, dove è registrato - chiamiamolo così - il suo «ultimo indirizzo conosciuto». San Severo. E a San Severo, come per magia, quasi tutti (di sicuro quelli a cui serviva sapere) vengono a conoscenza di dove si trovi oggi Niro e quale sia il suo nuovo nome.
«La Bmw è rimasta sotto casa per un tempo infinito - spiega l'uomo, che da alcuni giorni vive asserragliato nella sua abitazione - Mi hanno gridato di tutto, insulti, offese, minacce. Mi hanno detto che mi devono squagliare, a me e alla mia famiglia. È un guaio. Spero che intervenga l’Antimafia. Mi devono aiutare».
L’appello è ovviamente alla Direzione distrettuale antimafia di Bari, competente anche sul territorio foggiano. Ci sarebbe da capire come un documento così delicato finisca in pasto a tutti, ma Niro non si stupisce: «In Tribunale chi vuole si prende il fascicolo e se lo porta...», accusa.
Avrebbe dovuto uccidere un magistrato, all’epoca in cui era organico al clan. Doveva uccidere Giuseppe Gatti. Alla fine si rifiutò e subì due agguati, cominciò la sua fuga e un vecchio amico, Giuseppe Scopece, confermò: «Ti cercano per farti fuori». Risultato: Niro si pentì, Scopece è scomparso nel nulla.
«Questa è una mafia seria, questi mi ammazzano», confida Niro al telefono. Ha paura. E ha ragione.

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