La Dda: eventuali discordanze nel racconto dei due pentiti non intaccano la sostanza dell’impianto accusatorio contro Angelo Bonsanto, chiamato in causa da ben 6 collaboratori di Giustizia quale uno dei due killer che il 27 luglio 2017 uccisero a Vieste a colpi di pistola Omar Trotta. Oltre a Bonsanto, 36 anni di Lesina, presunto sicario “prestato” dal clan Moretti della “Società foggiana” agli alleati garganici, in attesa di giudizio in corte d’assise c’è anche il viestano Gianluigi Troiano, 32 anni, pentitosi nell’autunno 2024.
Ha confessato il coinvolgimento nell’omicidio e puntato il dito a sua volta contro Bonsanto: Troiano ha ammesso d’essere entrato nel ristorante dell’amico Trotta per accertarsi della sua presenza e informare i killer con un messaggio telefonico. L’ultima udienza del processo in corte d’assise a Foggia è vissuta dell’interrogatorio-bis di due pentiti. Collegati in video da località segrete hanno risposto alle domande di accusa e difesa Marco Raduano, già boss viestano alleato del clan Lombardi/Ricucci/La Torre, ex gruppo Romito, in guerra con i Li Bergolis e i loro alleati viestani Perna/Iannoli; e Antonio Quitadamo, mattinatese, detto “Baffino”, ex affiliato al gruppo Romito.
Entrambi i pentiti sono rei confessi dell’omicidio Trotta; nel processo abbreviato “Omnia nostra” Raduano è stato condannato a 20 anni quale mandante; Quitadamo a 12 anni per aver aiutato i sicari, in particolare perché avrebbe consegnato la propria pistola calibro 38 a Bonsanto poi usata per uccidere il ristoratore viestano. Sia Raduano sia Quitadamo erano già stati sentiti in precedenti udienze; l’interrogatorio-bis si è svolto su richiesta dell’avv. Marinelli su alcuni aspetti. La corte ha dichiarato chiusa l’istruttoria dibattimentale; la requisitoria del pm della Dda Ettore Cardinali è fissata il 5 dicembre. Il 12 dicembre spazio alle arringhe degli avv. Marinelli che chiederà l’assoluzione di Bonsanto; e dell’avv. Giovanni Signorile che chiederà una condanna ridotta al minino per Troiano. La sentenza potrebbe essere pronunciata il 19 dicembre.
Nella ricostruzione accusatoria, Bonsanto e il secondo killer arrivarono a Vieste il giorno prima del delitto, venendo ospitati dal clan Raduano in una campagna. L’interrogatorio-bis di Raduano e Quitadamo ha riguardato quanto sarebbe successo la sera del 26 luglio 2017; l’agguato avvenne alle 14 del giorno dopo sotto gli occhi di moglie e figlioletta di Trotta che era nel suo ristorante “L’antica bruschetta” nel centro di Vieste, insieme all’amico Tommaso Tomaiuolo che rimase ferito. Raduano ha raccontato che la sera del 26 era in campagna con Bonsanto, il secondo killer e Quitadamo quando arrivò Troiano che consegnò una foto di Trotta da mostrare ai sicari; in quella circostanza Raduano consegnò a Troiano il telefonino da utilizzare il giorno dopo per avvisare i pistoleri della presenza della vittima nel ristorante. Quitadamo ha detto invece che in sua presenza Raduano non consegnò alcun telefonino a Troiano. Raduano ha aggiunto che quella sera i 2 sicari a bordo di uno scooter e un viestano (poi ucciso nella guerra dal clan Perna/Iannoli) su un secondo motorino raggiunsero il ristorante per verificare il tragitto da percorrere il giorno dopo. Quitadamo invece ha detto che si mossero su una “Fiat Panda”, circostanza esclusa da Raduano secondo il quale le strade da percorrere erano strette e non adatte a un’auto. Ancora Quitadamo ha spiegato che quando consegnò la propria pistola calibro 38 a Bonsanto non era presente Raduano: quest’ultimo invece ha detto che c’era anche lui. Interrogato poi Emanuele Finaldi, viestano proprietario della campagna dove sarebbero stati ospitati i 2 sicari prestati dalla “Società foggiana”; il testimone ha escluso d’aver mai messo a disposizione di Raduano o Quitadamo il proprio podere; e detto di non conoscere Bonsanto. A dire di Raduano invece il proprietario della masseria era a conoscenza della presenza dei 2 “ospiti” senza però sapere perché fossero li. “Ritengo che ci troviamo di fronte a una serie di contraddizioni che non possono portare a una sentenza di condanna” il commento dell’avv. Marinelli.
















