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Foggia, case a luci rosse: 50 euro al giorno d'affitto per prostituirsi

Tanto dovevano pagare due prostitute e un trans sudamericani

Foggia, case a luci rosse: 50 euro al giorno d'affitto per prostituirsi

FOGGIA - Cinquanta euro al giorno per la stanza dove ricevere clienti: tanto pagavano due prostitute e un trans sudamericani alla coppia dominicana che aveva affittato a propria volta i due appartamenti in corso Giannone e in via Manerba. E i tre proprietari-gestori delle due case date in fitto, tutti foggiani, sapevano bene - dice l’accusa - cosa avvenisse in quelle abitazioni. Racconta questo l’indagine di Procura e squadra mobile sfociata nel blitz di 48 ore fa con l’arresto di Meme Segunda Linarez Ruiz, 47 anni dominicana residente a Pescara che avrebbe cogestito il giro di prostituzione; e la sottoposizione all’obbligo di firma di tre foggiani. Le ordinanze cautelari le ha firmate il gip Roberto Scillitani, accogliendo le richieste del pm che ha coordinato l’indagine degli agenti della sezione criminalità straniera e lotta alla prostituzione. I fatti contestati vanno dal 2016 al maggio scorso: le due abitazioni che sarebbero state trasformate in «case di appuntamenti» sono state sequestrate.

La donna e un altro indagato (pure straniero) sono accusati di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione ai danni di tre sudamericani; e di aver «esercitato case di prostituzione» in violazione della legge Merlin del 20 febbraio 1958 che dispose la fine delle «case chiuse», abolì la regolamentazione della prostituzione e prorogò norme contro lo sfruttamento della prostituzione. Alla dominicana ed al coindagato la Procura contesta di aver preso in affitto i due appartamenti cittadini, pagando il canone di locazione ai proprietari; pubblicato su siti di annunci gratuiti inserzioni per pubblicizzare le prestazioni sessuali effettuate nelle abitazioni in cui ospitarono due prostitute e un trans; fornito loro - recita il capo d’imputazione - chiavi di casa e profilattici; controllato l’attività di prostituzione svolta pretendendo da ciascuna prostituta 50 euro al giorno per l’affitto di una sola stanza, somma ritenuta dall’accusa «notevolmente superiore rispetto all’importo legale dei canoni di locazione».

I tre foggiani indagati a piede libero - il proprietario dell’appartamento di via Manerba; il proprietario ed il gestore della casa di corso Giannone che avevano affittato le due case alla coppia dominicana - sono invece indagati a piede libero sempre per violazione della legge Merlin. Il sostituto procuratore gli contesta di aver «concesso in locazione le due abitazioni a scopo di esercizio di una casa di prostituzione». I fatti contestati dalla Procura vanno dal 2016 sino al maggio scorso. Il gip - come accennato - ha anche accolto la richiesta del pm e disposto il sequestro preventivo delle due abitazioni, «essendo state adibite per mesi all’esercizio del meretricio nella piena consapevolezza dei proprietari sicchè occorre impedire la protrazione dell’attività illecita», si legge nel provvedimento del magistrato.

Il blitz di 48 ore fa è la seconda operazione di Procura e forze dell’ordine su «case a luci rosse» in città, dopo quella del 5 luglio 2018 col sequestro di 10 appartamenti trasformati in «case di tolleranza» e l’arresto di 9 foggiani, molti dei dei quali proprietari o gestori delle case affittate a prostitute e trans stranieri per 50 euro al giorno. 

ECCO QUANTO DOVEVANO DARE OGNI 24 ORE PER RICEVERE I CLIENTI - L’accusa contro i 5 indagati del blitz della squadra mobile sulle due «case a luci rosse» scoperte in città - due stranieri accusati di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione; tre foggiani proprietari o gestori delle abitazioni, indagati a piede libero per violazione della legge Merlin che nel 1958 abolì i bordelli - poggia sulle dichiarazioni di due prostitute e un trans sudamericano che, in tempi diversi e negli ultimi tre anni, si prostituirono nelle abitazioni di corso Giannone e via Manerba.

Una colombiana ha raccontato alla squadra mobile d’aver conosciuto nel 2016, quando arrivò a Foggia per prostituirsi in casa, uno straniero che la ospitò in un’abitazione del capoluogo dauno (non è una delle due destinate ai rapporti sessuali a pagamento e ora poste sotto sequestro su ordine del gip) dove vivevano altre «colleghe». Dopo una prima permanenza in città, la colombiana andò via, quindi tornò a Foggia: nuovo contatto con lo straniero che la ospitò nell’abitazione di corso Giannone, fornendole le chiavi di casa e riscuotendo - dice l’accusa - 50 euro al giorno per l’affitto, senza che fosse mai sottoscritto un contratto formale di locazione. La colombiana soggiornò e lavorò a Foggia per un paio d’anni, venendo ospitata anche nell’altra abitazione oggetto dell’inchiesta, quella di via Manerba: una camera di questo appartamento era stata destinata da Meme Segunda Linarez Ruiz (la dominicana arrestata 48 ore fa) e da un altro straniero, proprio alla prostitute per consentir loro di incontrare i clienti.

Sostanzialmente la stessa ricostruzione dei fatti l’hanno fornita ai poliziotti il trans che per un breve periodo a dicembre scorso si prostituì nella casa di corso Giannone versando 50 euro al giorno alla Ruiz; e un’altra prostituta del Sudamerica che a dicembre scorso fu controllata e identificata dai vigili urbani: anche lei dichiarò di ricevere clienti nella casa di corso Giannone per il cui affitto consegnava 50 euro al giorno ad una donna, che l’accusa identifica ancora nella Ruiz. Ne consegue che la Ruiz e il coindagato - scrive il gip Roberto Scillitani nell’ordinanza cautelare - ebbero la disponibilità delle abitazioni di corso Giannone e via Manerba; vi ospitarono a turno prostitute e trans; gestirono l’attività di prostituzione, pubblicizzandola anche con annunci on line; si alternarono nella riscossione dei canoni di locazione di 50 euro al giorno.

Quanto ai tre foggiani proprietari e/o gestori delle due case ora sequestrate cui il gip ha imposto l’obbligo di firma in Questura, secondo l’accusa sapevano bene che gli appartamenti da loro affittati venivano utilizzati da escort. Anche perché l’andirivieni di clienti nei due stabili non passava certo inosservato con proteste dei coinquilini, riunioni condominiali per affrontare il problema, cui peraltro seguì per la casa di corso Giannone l’indisponibilità del proprietario e del gestore ad allontanare le prostitute dall’appartamento. «Dagli atti d’indagine» conclude il gip «emerge con evidenza che i tre foggiani erano pienamente consapevoli della destinazione delle due abitazioni a case di prostituzione, essendo stati ripetutamente informati nelle assemblee condominiali e dagli amministratori condominiali». 

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